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Diego Dalla Palma, in equilibrio precario tra tormento e pace interiore

Diego Dalla Palma, in equilibrio precario tra tormento e pace interiore

di Monica Landro

A cura di Monica Landro

Diego Dalla Palma, icona inconfondibile di stile, emblema del significato della bellezza, ha come tutti una  storia di vita impervia e sorprendente, che ha raccontato portando per la prima volta in teatro l’opera “La bellezza imperfetta” che contrappone un io interiore ad uno esteriore, una bellezza perfetta, ad una che lui definisce, imperfetta, scomoda. 

C’è una domanda che forse motiva il tuo spettacolo: che cos’è la bellezza scomoda?
Alla mia avanzata età ho capito che la bellezza è una via crucis, percorrendo la quale, arrivi al bello, che è una storia diversa rispetto alla bellezza che io chiamo “da acchiappo”. Quest’ultima è una strada fatta di forme provocanti, di sesso, l’altra è un percorso intimo, più raffinato, molto più duraturo, a volte eterno. La bellezza da acchiappo è quella di quando si è giovani, è come uno yogurt e quindi scade. La bellezza scomoda è quella fatta di imperfezioni, di inesattezze, di difetti che nel corso della vita devi interpretare, metabolizzare per farli diventare una tua forza, un tuo stile. 

C’è dunque differenza fra bellezza e stile?
Lo stile è il coraggio e il coraggio parte dall’intelligenza. Non sto parlando del coraggio di cantare se non si sa cantare, eh! Sto parlando di ben altro coraggio, di un percorso che tu vuoi affrontare, dove tu desideri vincere anche se è un percorso di fuoco, di dolore. È una metà alla quale ma non sempre ci si arriva. A volte si soccombe.

Diego Dalla Palma, in equilibrio precario tra tormento e pace interiore

Questo percorso di fuoco e dolore, dunque, tu lo hai coltivato?
Assolutamente sì e questo naturalmente mi ha portato ad eliminare le paure. Ho ancora una paura terribile, che mi angoscia: dover dipendere dagli altri. Se dovessi vedere che qualcuno improvvisamente deve cominciare ad imboccarmi perché la mia mano trema e non riesco a nutrirmi, se dovessi vedere a un certo punto nello sguardo degli altri un senso di pietà infinita e pena, ecco, allora io lì non ci sto e farò quello che farò a modo mio. Ma certamente non saranno né gli esseri umani né le religioni a fermarmi, e lo dico con estrema lucidità e senza nessuna forma di depressione.

Me ne andrò a modo mio, dopo avere avuto una vita strepitosamente meravigliosa,

che io ho fatto diventare meravigliosa, perché tutte le tappe della mia vita, alcune terribilmente dolorose, io le ho affrontate, coltivate, metabolizzate ed accolte.

Quanto ha influito sulla tua creatività, questo dolore che ti porti probabilmente da ragazzo?
Penso che sulla mia creatività abbia influito il coma.

Il coma?
Sì, sono stato in coma a sei anni per una meningite fulminante ed ero praticamente morto ma lì ho capito quanto fossi affascinato dalla morte, che io chiamo soltanto “trasferimento”. Sta di fatto che

quel coma mi ha portato a una visione della vita e della morte meravigliosamente paritaria e nello stesso tempo all’arte e all’estro

perché mia madre mi diceva che prima di quegli anni io non disegnavo mai mentre invece dopo io andavo a cercare i pezzettini di mattone e continuavo a scrivere sui muri e a disegnare bocche e occhi. E quindi è presto fatto il conto, tre mesi prima non disegnavo e dopo sì. Come mai? Inoltre mia madre mi ha detto che io per mesi, dopo quel coma, non volevo vedere la gente. Stavo ore e ore sul prato da solo, imbronciato.

Diego Dalla Palma, in equilibrio precario tra tormento e pace interiore

Perché?
Probabilmente perché stavo bene nella condizione di coma e poi mi sono ritrovato in una vita reale. 

Che cosa ti dava fastidio?
Tutto quello che mi stava intorno e mia madre mi dava anche delle belle sberle perché era terrorizzata dalla morte e non voleva assolutamente che io parlassi di quel coma, di quella morte. E allora io, che invece volevo capire, anche se ero bimbino, mi isolavo. Tutto qui.

Una personalità come la tua, così introspettiva, così riflessiva fin da bambino, come ha fatto ad entrare in un mondo così roboante, fatto di estetica, di superficialità, di parole vacue?
Il motivo è stata l’ambizione. Io avevo nelle vene l’estro, l’arte, la creatività e di quella volevo nutrirmi, quella volevo sviluppare. Si aggiunga che nel piccolo paese in cui sono cresciuto avevo un problema legato alla mia natura bisessuale o omosessuale perché ho sviluppato entrambe.

Da ragazzino, un mio tormento atroce era l’essere additato da tutti in paese come femminuccia

e con mia madre che andava al mercato e si sentiva dire: “Sei in giro a cercare un reggiseno per tuo figlio?”. Ecco, questo è stato il dolore più lento, la goccia che mi ha spinto altrove, dove potevo far vedere il mio estro. 

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E come hai iniziato?
Io ho iniziato il percorso artistico della mia carriera alla Rai di Milano e alla Rai di Torino. Ho fatto il costumista e poi ho lavorato in teatro come scenografo. Questo per dieci meravigliosi anni perché vedere le mie scenografie, i miei costumi, i vestiti disegnati da me, era appagante in un modo tale che io piangevo, però alla fine non riuscivo ad aiutare i miei genitori che avevano fatto sacrifici per me e non riuscivo a comprarmi una casa, non riuscivo a far niente. Mi sono detto, apriamo un buco in Brera, vada come deve andare: vendiamo profumi. Avevo in mente i cosmetici per il teatro, per il cinema, avevo accumulato tanta esperienza televisiva in Rai. E così è partito tutto. È partita la parte fatua come dici tu, è partita la parte superficiale. 

La tua vita è un percorso fatto di un bilanciamento fra il tormento interiore e l’ambizione appagata. Oggi ti senti un uomo equilibrato?
No,

io l’equilibrio non so cosa sia e so già che morirò tormentato perché probabilmente il tormento mi è entrato nel DNA.

Devo però dirti che è un condimento fondamentale nella mia vita, perché se non l’avessi forse mi mancherebbe qualcosa che fa parte anche del mio modo di essere, di confrontarmi con l’arte e con la creatività. Se non l’avessi, probabilmente non sarei ciò che sono, nel bene e nel male. L’equilibrio sinceramente non l’ho mai nemmeno voluto, siamo sempre al discorso della perfezione di cui di cui parlavo prima. Non mi interessa E neanche la felicità, mi interessa più.

E la serenità?
Sai cosa mi dà serenità? Il viaggio.

Il viaggio interiore o il viaggio reale?
Domanda perfetta! Reale, perché mi porta a quello interiore. E vado in posti dove posso trovare uno spettacolo forte e potente, prepotente della natura o della cultura.

Diego, chi si ferma alla superficie di te e ti chiede soltanto di commentare i look, i cosmetici del momento, si perde il bello di te. Il vero bello di te…
Devo dirti con molta sincerità che per me questa è una grande amarezza, anzi ho due amarezze. La prima per chi non ha capito chi sono e non ha nemmeno valutato di informarsi sulla mia vita. La seconda amarezza, che forse è la peggiore, è che probabilmente quella persona si ferma lì, all’apparenza, alla superficie… probabilmente anche di se stesso.


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