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Chiara Donà Dalle Rose

by Luca De Nardo

Se De Tocqueville fosse passato dalla Serenissima…

A cura di Monica Camozzi, foto di Luca De Nardo

All’ingresso a palazzo Donà dalle Rose si viene sopraffatti da sensazioni multiple.
La prima è cinematografica, di Viscontiana memoria, sospesa fra bellezza e mistero.
La seconda è filosofica: viene in mente come Friedrich Nietsche definiva l’arte, la forza creatrice suprema. L’artista è la rappresentazione primaria dell’ “oltre” uomo (come dovrebbe essere tradotto Übermensch che non ha nulla di egoico, significa semplicemente al di là).
Come dice Chiara Donà dalle Rose, l’artista è vicinissimo a Dio.
E ci si sente trasportati in un “oltre”, entrando qui. Incombe la storia, quella di una Repubblica che “non ha conosciuto guerre, ha vissuto 1600 anni prosperità, fedele al Leone di San Marco che rivendicava la sua indipendenza anche dal papato”. Lo si evince benissimo nel quadro del salone centrale, dove papa Sisto incorona, conferendogli le rose da cui prende il nome l’antico casato, Leonardo Donà dalle Rose con una smorfia di malcelato fastidio, accettando suo malgrado la libertà di pensiero e la rivendicazione di una cultura che poggiava sul libero commercio ed i principi sani del buon governo di una Repubblica particolarmente all’avanguardia.

“La res mercatoria è una delle massime espressioni di scambio fra esseri umani, lo racconta molto bene Marco Polo – ci illustra Chiara.

Di nobili ed antichissime ascendenze asburgiche e normanne, moglie del conte Francesco Donà dalle Rose, artefice insieme al marito di una Fondazione che ha come scopo la protezione della cultura italiana a tutto tondo.
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Giurista, mecenate, madre di Maria Vittoria e Carlo, dagli occhi metafisicamente chiari, aulici per formazione e profondamente contemporanei per esperienza di vita quotidiana.
“Questa città ha accolto popolazioni di mezzo mondo, i fondaci ne erano espressione. Il ghetto stesso era un luogo di libero commercio dove la comunità di credo ebraico poteva battere la propria moneta”.

La démocratie en Amérique…sotto il segno del Gonfalone?
“La carta fondante degli Stati Uniti D’America si è dichiaratamente ispirata a quella della Repubblica di Venezia”.
Accogliere, preservare, proteggere. La missione di questa famiglia sembra dipanarsi nei secoli con la sua matassa preziosa, come i filamenti d’oro degli antichi tessuti che venivano prodotti dai Baroni Modica nell’isola di Malta e dai patrizi Conti Donà dalle Rose a Venezia. Uno dei più pregiati lancia i suoi bagliori dal rosa antico di un triclinium, poggiato poco distante da un Van Dyke, di fronte alla teca con la chitarra dei Rolling Stones con la prima copertina di Andy Warhol.
Qui ogni respiro, ogni mattonella, ogni tela è storia. Il contemporaneo si lega all’antico in un continuum spazio tempo, le immense sfere attraversate dalla luce di Rosamundi, artista che compone le immagini usando pigmenti di medusa, si accostano al lessico urbano di Banksy, spesso ospite in queste segrete stanze.
Gli occhi trasparenti di Chiara trasmettono la passione della ricerca, la gioia e la responsabilità di un mecenatismo moderno che si fonde con il suo animo di giurista. Salvaguardare l’arte e proteggere l’uomo diventano due facce di una stessa medaglia.
Non a caso uno dei protetti di Chiara è un profugo siriano che ha messo a rischio la sua esistenza per salvare donne e bambini. E non a caso a palazzo Donà dalle Rose il giorno prima del nostro arrivo, erano confluiti alcuni, tra gli ultimi discendenti, dei Lakota, che con Chiara condividono una sincera amicizia.

“Queste popolazioni sono state relegate, i loro figli sono stati prelevati ai genitori naturali e trasferiti in altre famiglie per omologarli alla cultura vigente. Ma averli relegati è stata un’occasione persa.

“Io amo le popolazioni nomadi di tutti il mondo, dagli indiani d’America ai Beduini del Sinai sino ai Tuareg del deserto del Sahara. L’uomo che vive a stretto contatto con la natura è libero”.

Che cos’è la cultura?
Sono tanti i modi in cui l’uomo può vivere sulla crosta terrestre. Tutto parte dalla lingua, il modo in cui parli è connesso a una modalità di esistere, di poggiare gli occhi sul mondo. Le culture sono tante, quante sono le modalità di esprimersi.

Soffriamo tutti di una contagiosa forma di relativismo culturale, pensiamo che l nostro concetto di democrazia e cultura sia quello vincente, degno di essere esportato, impiantato, ma non è così.

E l’arte? Qual è il suo potere?
L’arte è uno dei modi più veloci e immediati per comunicare quello che si ha dentro con un altro individuo e con la collettività.donadallerose (17) L’Arte non ha bisogno di traduttori, mentre la lingua può diventare delle prigioni per l’anima, come metaforicamente rappresentato da Platone in Fedro e Fedone. Un interprete può veramente tradurre tutte le piccole percezioni e smagliature delle mia lingua madre? Nell’arte mi sono ispirata a Kandindsky, artista che come uno spartiacque sancisce la fine dell’arte moderna e l’inizio della contemporanea. E ho creato la Biennale dell’arte sacra dando a questa parola un’accezione precisa, BIAS, ossia l’arte che va oltre il pregiudizio, ossia il giudizio che pregiudica la conoscenza.

In che senso parli di Biennale dell’arte sacra? Cosa significa?
L’essere umano è sacro in ogni sua espressione. Indipendentemente da dove nasce, che lingua parla, che passaporto ha.
L’artista è sempre vicino a Dio, nel senso che la questione ontologica lo tocca per definizione. Persino chi è ateo ammette implicitamente la domanda interiore che consiste nel chiedersi perché siamo qui, che senso ha la nostra esistenza, qual è il limite rispetto a un infinito che non riusciamo a concepire.
L’artista è colui che intuisce, anticipa. Non deve per forza avere consapevolezza, avverte intuitivamente, spesso sovverte.

Possiamo definire l’arte libera?
Oggi l’arte non è libera, lo è sempre meno. Direi che è molto arte di Stato
Un tempo si seguiva maggiormente una traccia di natura estetica, l’artista doveva essere bravo e riconosciuto pubblicamente come tale, ma lasciava l’impronta della sua visione del mondo che non sempre era compresa dalla committenza. C’erano dei rebus nascosti nei personaggi, nei colori, nelle proiezioni, c’erano codici che erano la libertà di stampa dell’artista.

La società liquida del digitale ha avuto un impatto sull’arte?
In questo mondo rarefatto, guidato dal web, sussiste una presunta ubiquità dell’uomo, ma è una presunzione enorme.

In realtà via web non si può trasmettere tutto, l’infinita essenza dell’uomo e le sensazioni che sprigiona non sono teletrasmettibili

Però questa società in cui virtualmente si viaggia, si vedono mille cose, questa commistione di razze, il pensare di poter essere in più luoghi contemporaneamente ci costringe ad aggiornare la visione.
Lo stesso concetto di nazione, di territorialità, nell’arte ha poco senso, è anacronistico, l’atlante del mondo può essere sovvertito da un momento all’altro. L’unica cosa certa è la spiritualità racchiusa nell’animo dell’artista che va oltre la sua nazionalità

In Bias c’è il padiglione filosofico, quello delle religioni perdute, quello zoroastriano, abramitico, scientifico, esoterico, buddista, induista, come li hai concepiti?
Il comune denominatore non è il luogo di nascita. Ho suddiviso i padiglioni per spiritualità, facendo scoprire ad esempio agli islamici le numerose coincidenze fra i passi della Bibbia e le sure del Corano. Gesù come uno dei profeti, la Madonna come la donna più importante del creato. I protestanti spesso guardano un Pinturicchio o un Giorgione senza sapere che quella è la Madonna con bambino perché nella loro architettura ecclesiale i personaggi del vangelo non sono immagini da riportare nelle chiese.

È nell’ignoranza che nasce il fanatismo. L’arte con la sua dolcezza, con la sua forza, può catapultarti nella vera conoscenza.

Alla fine, chi distrugge la figura della Madonna distrugge anche la propria religione. Ma il concetto di sacralità legato a Bias è molto ampio. Coloro che non hanno un dio sono raccolti nel padiglione filosofico, ma la sacralità è presente anche nella scienza. Pittori come Balla o Dalì appartengono al padiglione scientifico, esprimono il tempo ed il dinamismo della fisica, De Chirico invece lo collocherei nel padiglione delle religioni perdute con tutti i suoi riferimenti iconografici alle religioni politeiste, all’antica Grecia.

Ti è mai capitato di scartare un’opera perché hai conosciuto l’artista e non ti è piaciuto come persona?
È successo che l’idea artistica non fosse realmente di chi me l’ha proposta, alcuni avevano copiato o avevano fatto propria l’idea geniale di altri o, avendone i mezzi economici, semplicemente l’avevano meglio confezionata. Per professione ho una tendenza inquirente, finisco per scoprirlo e nella valutazione di un artista guardo molto anche al suo innovare ed alla sua autenticità, se pur condensata spesso in una contaminazione che non deve però mai sfociare in una sfacciata ruberia. Non amo molto poi gli artisti che confondono la fama traghettata con i social e le relazioni pubbliche con una concreta affermazione artistica.

La moda è una forma d’arte?
Lo è da sempre. Anzi, il suo uso è talmente democratico da risultare una delle più grandi espressioni artistiche nella storia dell’umanità.

Ho creato Doge Venice Carpet proprio come format simile a una corsia dove persone che in questo ambito hanno qualcosa da raccontare, possano mettersi in gioco.

Cosa pensi dell’arte digitale?
L’arte ci rende sostenibile la dicotomia fra Bene e Male, ma l’arte contemporanea utilizza troppo sovente il pentagramma del male. La video art estrapola spesso la parte negativa. Non c’è più pudore, il superare ogni suo livello ha reso invisibile il limite di ogni cosa.
Questo consumare le immagini virtuali in modo compulsivo, come se vivessimo in un supermarket : un acquario di parole e parolacce in cui non c’è più tempo e spazio per la riflessione e per la scrittura manuale che dal cervello scorre lungo le braccia sino alle nostre dita passando per la colonna vertebrale. Non esiste più la brutta e la bella copia del tema della nostra vita.

Il punto è che il tempo rimane lo stesso, avremmo sempre 24 ore. L’arte potrebbe riportarci a una fruizione più naturale delle cose ma in questo momento essa stessa è diventata ancor più caotica.

Vedi qualcosa di disumanizzante in tutto questo correre?
Vedo una disumanizzazione del tempo. Il bello dell’arte contemporanea è che subentrano performer, sceneggiatori, attori, registi. Il cinema ad esempio è l’arte del Novecento e l’arte dei videomaker è un concentrato di questa esperienza. La tecnologia ce lo permette. Esiste perciò una democratizzazione di accesso ma mancano i contenuti. O meglio, manca il tempo necessario a metabolizzarli.

È fondamentale dare il tempo della riflessione, quello che serve per ascoltare, per capire e rispondere, metabolizzare. L’arte è un dialogo silente.

La domanda sull’Intelligenza Artificiale è quasi d’obbligo a questo punto…
Penso che la definizione stessa sia un ossimoro. Artificiale confligge con intellighenzia.
Ma lo stesso metaverso rischia di metterci davanti un sacco di vite, avendo sempre le solite 24 ore per viverle.

La tua vita da giurista scorre accanto a quella da mecenate. Non confliggono?
Il mio modo di essere giurista è connesso con il mio amore per l’umanità, per questa terra. Ho studiato a Strasburgo, lavorando nel contempo al Parlamento europeo, insieme a studenti di tutte le nazionalità. Lì ho visto il diritto come scienza antropologica, è stata una esperienza lavorativa che mi ha fornito quell’ingrediente che serve per non fermarsi al dato quantitativo e scegliere l’ambito di chi fa crescere il diritto, tutelandolo anche a costo della propria vita.

Se non ci fossero gli avvocati il diritto non andrebbe avanti. La legge muta e si perfeziona grazie a questi scribi che studiano, levigano e portano fuori la lacuna.

La legge è sintetica, ha tante interpretazioni. La lingua è l’utensile che il giurista usa come lo scultore usa lo scalpello.
Però il concetto di “stato civile” è una follia, non esiste il diritto perfetto. Il diritto è aderente alla cultura, una delle sue principali e più incredibili manifestazioni.

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