Un’analisi tra ironia e cambiamento, dove l’amore è ancora influenzato da Tinder e dalle differenze di età
Anche in epoca woke, il mito del toy boy resiste. Pare che, nel luogo comune, la 50enne in parasimpaticotonia vada a rifugiarsi in luoghi anagraficamente lontani e rassicuranti, almeno sotto il profilo sessuale.
Bridget è sempre Bridget: non mostra più le terga in diretta tv, calandosi dal palo dei pompieri, non usa lo spago blu in cucina, ma l’impronta goffa e disperante della ricerca sentimentale persiste.
Come ha dichiarato il regista Michael Morris, “il concetto di romanticismo non è cambiato così tanto dai tempi di Jane Austen. Oggi dobbiamo affrontare il ghosting, i messaggi di Tinder, ma in fondo l’essenza resta la stessa”.
C’è chi lo accusa di essere troppo televisivo, di avere reso scarna la densità narrativa costruita da Helen Fielding, affiancata da Dan Mazer e Abi Morgan.
“Bridget Jones sin dal primo film è stata al centro di un certo tipo di cultura britannica, quell’approccio alla vita che include sorridere di te stesso e le donne si sono identificate con lei a qualsiasi latitudine. In ogni caso aver diretto il film è un sogno avveratosi: avevo già in mente di raccontare una storia simile, quella di una donna che ha avuto un grande amore e lo ha perso. Deve capire come andare avanti, crescere dei figli. Il fatto che ci fosse Renée lo ha reso ancora più speciale”.
Oltre le smorfie c’è di più?
La critica non è tenera con il film, definendo la Zellweger un condensato di smorfie che non mostra nemmeno il ricordo della Bridget configurata nel film d’esordio, con dosi bilanciate di ironia e realismo, una comicità sottopelle e l’incipit di una sceneggiatura che pare leggera ma non lascia nulla all’improvvisazione. In realtà, come dice la stessa Zellweger in un’intervista rilasciata a Universal, “non arrivi alla mia età senza aver pensato a tutte le cose che cita il film (maternità, morte ecc. ecc.)” perciò è ovvio che l’interpretazione cambi rispetto ai tempi in cui doveva accalappiare un potenziale fidanzato con mutandoni di lana.
Di uguale troviamo il pigiama rosso, la locuzione “devi fare sesso” e la faccia di Hugh Grant, ingrigito ma pervicacemente equivoco, forse l’unica cosa stantia del film.
A dire il vero si ritrovano anche le terga di Jones ad altezza naso, stavolta non in tv ma sulla faccia aitante e inconsapevole dell’”amore di ragazzo”, ergo Leo Woodall. Il 28enne guardaparco Roxster, oggetto del desiderio che la ripesca su Tinder e la riporta al senso biblico della vita fra gite scolastiche e amiche cougar.
28-51, un ambo da giocare
L’achetipo è duro a morire, sullo schermo e nella vita. Lo gioca Nicole Kidman in Babygirl, lo vive materialmente Dalila di Lazzaro nella sua relazione amorosa decennale con il chitarrista Manuel Pia (qui la differenza d’età è ancora maggiore). E in effetti, l’attenzione non cade sull’età ma sugli scivoloni fisici e verbali di Bridget. E cade, parecchio, su Leo Woodall, con la sua innocenza infantile e una fisicità allenata a suon di tabelle di marcia. “Tutti sapevano che mi allenavo, era scritto sul piano riprese ‘addominali’ – ride lui in intervista.
Il regista racconta i casting a Rolling Stone, dicendo che Woodall era nella sua rosa di candidati per il ruolo. Per testare il suo imprinting naif pare che i casting director gli abbiano rifilato in mano un copione che trattava di spazzatura e plastica riciclabile. “L’abbiamo reso un vero scienziato, ma doveva mantenere quell’aspetto civettuolo”, dice Morris. “La scena finiva con lui che dice a Bridget ‘mi piaci’ e Leo ha fatto centro”.
Woodall è lanciatissimo: nato a Shepherd’s Bush, Londra, con tre fratelli maggiori, è cresciuto in una famiglia di attori e sarebbe voluto diventare insegnante di educazione fisica. Ma alla fine ha vinto la Arts Education School ed è arrivato il primo ruolo nel dramma medico Holby City e nel poliziesco Cherry, poi in White Lotus. Tutto lo conduceva al famoso albero sotto cui, come dice Bridget, “crescono uomini”. Il resto è storia.
