Scorrere le foto di Fallai per Armani vale quanto un piccolo compendio di antropologia: perché lì è rinchiusa una nuova visione della donna, un nuovo porsi nella società, una nuova attitudine di vita.
Aldo Fallai ha usato la fotografia per tradurre la sensibilità di Giorgio Armani, per cui la moda era espressione totale. «Lavorare con Aldo mi ha permesso, fin da subito, di trasformare in immagini reali la fantasia che avevo in mente: che i miei abiti non erano soltanto fatti in una certa maniera, con certi colori e materiali, ma rappresentavano un modo di essere, di vivere» disse Giorgio Armani in occasione della mostra presso Armani Silos, che raccoglieva la produzione iconografica e fotografica dal 1977 al 2021, allestita fino ad agosto 2024.
Curata da lui stesso, da sua sorella Rosanna e da Leo dell’Orco.
La dimostrazione di questo concetto è, più di ogni altra cosa, la foto che ritrae Antonia Dell’Atte nella campagna del 1985: uno scatto neorealista, in pieno stile Fallai, capace di delineare la personalità profonda, di emettere un respiro. Questa immagine condensa la rivoluzione femminile che Armani contribuì a compiere: autorevolezza, emancipazione, un filo di arroganza. Una donna sicura, con l’Herald Tribune e il Corriere della Sera in mano e lo sguardo rivolto verso il cielo, emblematicamente. La sua arma non è il sesso, è l’intelligenza, la forza dell’indipendenza e l’abito è simulacro di un’identità ferrea, come la struttura delle spalle che si evidenzia nella giacca, in pieno stile anni 80.
Come dirà Isabella Rossellini, «tutte noi che non volevamo portare vestiti scollacciati, stretti, sapevano di trovare da Armani un guardaroba che non ci faceva sentire come degli oggetti sessuali».

Un incontro fra titani
Fallai è un artista. La sua formazione inizia presso l’Istituto d’Arte Fiorentino e prosegue con la passione per il neorealismo cinematografico, per la pittura rinascimentale, il manierismo toscano. Quando incontra Armani i due sono già embrionalmente connessi: l’astrazione narrativa di Fallai, quell’incanto rigoroso di cui è capace, si attagliano perfettamente alla visione estetica di Armani, al carattere che vuole imprimere con un taglio nuovo di sartoria e personalità.
«Abbiamo creato scene di vita, evocato atmosfere, tratteggiato ritratti pieni di carattere in un dialogo sempre fluido e concreto».
I due maestri si conobbero a una festa, nel 1974, quando Armani era un giovane creativo freelance e Fallai era un grafico diplomato a un istituto d’arte. A unirli, il sogno di una società nuova, da raccontare attraverso volti, attitudini, scelte che la fotografia avrebbe espresso in maniera più efficace di qualsiasi altra cosa. Rompere gli schemi con eleganza, usando la cultura, ma altresì facendo appello a quel senso della bellezza che sfonda muri più di un maglio.
L’imprinting del grafico, la scia dell’arte e del cinema
Quelli di Fallai sono fotogrammi, narrazioni complete. Emerge l’imprinting del grafico, attraverso i giochi di ombre che diventano motivi netti, tracce. Non farsi notare, ma farsi ricordare.
Fallai si concentra sul soggetto, in maniera essenziale, tale da fare scaturire persino i suoi pensieri: più che di estetica, qui si parla di poetica. Un approccio perfetto per Giorgio Armani, depositario di una forza creativa che non doveva per forza esprimersi in termini di provocazione, trasgressione. Laddove il giornalismo definiva le sue collezioni donna “maschili”, lui abbatteva già la distinzione forzosa fra i sessi, contemperando fluidità, eleganza eterna, senso dell’armonia, alta sartoria che sa costruire destrutturando e lasciando parlare la personalità. L’essenziale, la pulizia formale, erano il lessico che incontrava il mondo interiore di Fallai. Entrambi dimostrarono che la potenza del nucleo è quasi una fissione nucleare: smonta tutte le sovrastrutture e lascia vivere la passione dell’essere, non dell’apparire.
