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Han Kang in 2016. Ms. Han, who received the Nobel Prize in Literature last year, has written books about two of South Korea’s darkest moments.Credit...Jean Chung for The New York Times

Han Kang: la voce letteraria dalla Corea del Sud

di Anna Smith


Han Kang (한강) è una scrittrice sudcoreana nata a Gwangju nel 1970, figlia d’arte – suo padre Han Seung-won è un noto romanziere. All’età di nove anni si trasferì con la famiglia a Seul, pochi mesi prima che la sua città natale fosse sconvolta dalla rivolta e dal massacro di Gwangju del 1980. Dopo la laurea in letteratura coreana all’Università Yonsei di Seul, Han Kang esordì nel 1993 pubblicando poesie sulla rivista Letteratura e società. Nel 1995 debuttò in prosa con la raccolta di racconti L’amore di Yeosu, seguita dal suo primo romanzo Cervo nero (검은 사슴, 1998). Per alcuni anni costruì la sua carriera letteraria in patria, vincendo anche premi come il prestigioso Yi Sang nel 2005 per il racconto La macchia mongola, fino a ritagliarsi uno spazio nel panorama coreano. Parallelamente alla scrittura si è dedicata all’insegnamento della scrittura creativa e ad esperimenti artistici multimediali, incluse incursioni nella musica e nella videoarte, riflessi talvolta nella sua produzione letteraria.

La svolta internazionale è arrivata relativamente tardi. Nel 2016 Han Kang ha vinto il Man Booker International Prize con il romanzo La vegetariana, primo libro in lingua coreana a ottenere questo riconoscimento. Questo successo – unito all’attenzione della critica anglofona – ha portato il suo nome alla ribalta mondiale. Da allora i suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano, dove sono pubblicati da Adelphi. Il 10 ottobre 2024 Han Kang è stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura, con la motivazione ufficiale: «per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana». Si tratta della prima scrittrice sudcoreana a ricevere il Nobel in ambito letterario, un riconoscimento che conferma la portata universale della sua opera. Oggi Han Kang è considerata una delle voci più importanti della letteratura contemporanea internazionale, capace di coniugare radici culturali coreane e sensibilità globali.

I principali romanzi di Han Kang tradotti in italiano

La vegetariana (2007, ed. it. 2016)

La vegetariana (채식주의자) è il romanzo che ha fatto conoscere Han Kang in Occidente e resta la sua opera più celebre. Suddiviso in tre parti, segue la storia di Yeong-hye, una casalinga di Seul apparentemente ordinaria che, dopo una serie di incubi sanguinosi sul maltrattamento di animali, decide di smettere improvvisamente di mangiare carne. Questo atto semplice e radicale di rifiuto – vissuto come una ribellione alle norme sociali e familiari – innesca reazioni sempre più violente da parte del marito e dei parenti, isolando progressivamente Yeong-hye in una spirale di incomprensione e follia. Ogni parte del romanzo adotta una prospettiva diversa (il marito, il cognato artista, la sorella di Yeong-hye) per descrivere gli effetti destabilizzanti di questa scelta sul nucleo familiare.

L’autrice sviluppa così una potente riflessione sull’alienazione e sul conflitto tra individualità e conformismo: la protagonista, rinunciando al cibo “umano” e persino al linguaggio, esprime un desiderio estremo di purezza e libertà dal corpo, arrivando a immaginare una metamorfosi vegetale («Credo che gli esseri umani dovrebbero essere piante», afferma Yeong-hye). In questo distacco dai propri confini biologici, La vegetariana esplora la fragile linea tra normalità e follia, e denuncia la violenza latente nelle strutture patriarcali e nelle convenzioni sociali che schiacciano il desiderio di autodeterminazione. Il romanzo, pubblicato in Corea nel 2007, ha ottenuto fama internazionale dopo la traduzione inglese del 2015 e la vittoria del Man Booker International Prize nel 2016. In Italia è apparso nel 2016, riscuotendo notevole attenzione anche per la sua prosa lirica e disturbante insieme, capace di lasciare nel lettore immagini indelebili.

Atti umani (2014, ed. it. 2017)

Con Atti umani (소년이 온다, letteralmente “Arriva il ragazzo”) Han Kang affronta uno degli eventi più traumatici della storia sudcoreana recente: il massacro di Gwangju del maggio 1980, in cui l’esercito, su ordine della giunta militare, represse nel sangue una rivolta pro-democrazia uccidendo centinaia di civili. L’autrice – che a Gwangju ci è nata e che in quei giorni aveva dieci anni – trasfigura la tragedia in un romanzo corale, breve ma intensissimo, diviso in capitoli che seguono le vicende di diversi personaggi coinvolti direttamente o indirettamente nei fatti. Il filo conduttore è la morte di Dong-ho, un ragazzo quindicenne che resta ucciso dai militari mentre cerca di dare degna sepoltura alle vittime presso una palestra adibita a obitorio improvvisato. Attraverso le voci dei suoi amici, di una redattrice sopravvissuta e di altri testimoni, Atti umani scava nelle conseguenze private e collettive di quel trauma storico, ponendo domande universali sul significato di essere umani di fronte all’orrore.

La prosa cruda e al tempo stesso poetica di Han Kang dà voce alle vittime e ai sopravvissuti con empatia fisica e sincerità spiazzante, avvicinando il testo a una letteratura testimoniale che non concede facili consolazioni. Echi del mito di Antigone affiorano quando i cadaveri insepolti reclamano giustizia e il diritto di essere pianti. In Corea Atti umani è considerato un libro fondamentale sulla memoria nazionale; in Italia è uscito nel 2017 (tradotto non dal coreano ma dall’inglese) e ha vinto il Premio Malaparte per la narrativa straniera. È un romanzo doloroso e necessario, che mostra come le ferite del passato restino vive nell’identità delle persone e di un popolo. Han Kang vi esercita una metariflessione sul ruolo dello scrittore nel testimoniare l’indicibile, quasi a creare un ponte tra le vittime e i lettori, affinché il ricordo di quegli atti umani di violenza e di coraggio continui a interrogarci sul presente.

L’ora di greco (2011, ed. it. 2023)

Pubblicato in inglese come Greek Lessons, L’ora di greco (희랍어 시간) rappresenta il lato più intimista e contemplativo della produzione di Han Kang. Al centro c’è l’incontro tra due solitudini nella Seoul contemporanea: una donna che ha perso la capacità di parlare in seguito a traumi personali, e un uomo – un insegnante di greco antico – che sta gradualmente perdendo la vista. Entrambi senza nome, feriti dalla vita, i due personaggi iniziano a comunicare attraverso lezioni private di lingua greca, trovando l’uno nell’altra una comprensione profonda al di là delle parole quotidiane. Il romanzo alterna i punti di vista di lei e di lui, intrecciando flashback del passato con i frammenti del presente. La protagonista femminile, privata della voce proprio come Yeong-hye rifiutava il cibo in La vegetariana, cerca nel linguaggio una via di guarigione interiore: studiare il greco antico – lingua “morta” e distante, ma dalla bellezza austera – le permette di riappropriarsi della propria espressione in un codice meno convenzionale e carico di risonanze filosofiche. Dal canto suo il professore, emigrato e poi tornato in Corea, affronta il buio imminente ripercorrendo memorie d’infanzia e un amore perduto, in un flusso di pensieri epistolari di grande delicatezza. L’ora di greco riflette sul potere del linguaggio e sulla comunicazione oltre le barriere: parola, vista, silenzio e ascolto diventano temi essenziali. Lo stile è sottile, rarefatto, con momenti di lirismo che richiedono al lettore attenzione ai dettagli e alle sfumature emotive. Pur essendo un’opera breve e quasi sussurrata, esplora sofferenze profonde – la perdita di un figlio, il senso di estraneità – suggerendo che l’incontro autentico tra due persone può avvenire solo accettando la propria vulnerabilità. Pubblicato in Corea nel 2011, questo romanzo è stato tradotto direttamente dal coreano in italiano (caso raro) e pubblicato da Adelphi nel 2023, offrendo ai lettori italiani un tassello importante per comprendere la versatilità stilistica di Han Kang.

Non dico addio (2021, ed. it. 2024)

L’ultimo romanzo di Han Kang finora, Non dico addio (작별하지 않는다, lett. “Non dire addio”), conferma l’interesse dell’autrice per i traumi collettivi rimossi. Se Atti umani guardava al 1980, qui lo sguardo si volge indietro al massacro dell’isola di Jeju del 1948, un episodio storico meno noto fuori dalla Corea ma di immane violenza, in cui decine di migliaia di civili accusati di simpatie comuniste furono uccisi dalle forze governative. Il romanzo è costruito attorno a due protagoniste contemporanee, entrambe trentenni: Gyeong-ha, una scrittrice (alter ego della stessa Han Kang), e In-seon, una documentarista. Entrambe sono legate dal filo invisibile della memoria e si rifiutano ostinatamente di dimenticare quella strage, di “dire addio” ai morti, nonostante la società coreana abbia a lungo cercato di cancellarne il ricordo. La narrazione alterna il presente – con le indagini delle due donne e il riemergere di vecchie ferite familiari – e il passato, ricostruendo la vicenda di Jeju e dando voce ai fantasmi delle vittime. Han Kang adopera un registro onirico e simbolico: celebri sono le potenti visioni che tormentano Gyeong-ha, come il sogno ricorrente di un bosco di alberi neri recisi che somigliano a lapidi, minacciato da un’onda di marea che sale dal mare per sommergere ogni traccia – immagine metaforica delle memorie che rischiano di essere cancellate dal tempo e dall’oblio istituzionale. Di fronte a queste apparizioni, la protagonista prova un’urgenza quasi fisica di salvare i resti del passato prima che vengano travolti definitivamente. Non dico addio intreccia così realtà storica e visioni, documento e poesia, per interrogare il lettore: come affrontare le ferite aperte della Storia? come tramandare la memoria del dolore senza esserne distrutti? Pur non essendo ancora noto al grande pubblico come i romanzi precedenti (in Italia è uscito alla fine del 2024), questo libro rappresenta una sorta di sintesi della poetica di Han Kang, un “viaggio dentro ciò che è stato rimosso” della coscienza collettiva sudcoreana. La determinazione delle protagoniste a non dimenticare evidenzia il bisogno etico della memoria, mentre lo stile intensamente evocativo dell’autrice conferisce al racconto una dimensione quasi rituale di commiato e insieme di resistenza.

Da segnalare: oltre ai titoli sopra citati, in italiano è disponibile anche la raccolta Convalescenza (2019), che contiene due racconti lunghi particolarmente significativi. Il primo, Convalescenza (회복하는 인간, 2013), segue una donna alle prese con una misteriosa ferita alla caviglia e con un lutto irrisolto per la morte della sorella: attraverso questa vicenda si esplora il paradossale rifiuto di guarire, quando il dolore fisico diventa un modo per restare legati a chi non c’è più. Il secondo racconto è Il frutto della mia donna (내 여자의 열매, 1997), storia surreale di una moglie trascurata che lentamente si trasforma in una pianta nella sua stessa casa. Quest’ultimo testo, inizialmente passato inosservato, si è rivelato una piccola “chicca” per comprendere l’immaginario di Han Kang: l’autrice stessa ha dichiarato che l’idea del mondo vegetale presente in La vegetariana trae origine proprio da Il frutto della mia donna, riprendendone il tema della metamorfosi vegetale come forma di evasione da una realtà opprimente. Questi racconti, con le loro metafore di corpi feriti e radici che crescono, condensano molti dei motivi narrativi cari alla scrittrice – dalla compenetrazione tra sofferenza fisica e psicologica, all’intreccio tra lutto personale e malessere sociale – e offrono ai lettori uno sguardo supplementare sulla sua produzione.

Opere meno note e curiosità

Al di là dei libri più famosi, l’opera di Han Kang comprende altri testi degni di interesse, alcuni non ancora tradotti in italiano ma considerati vere “chicche” dai suoi estimatori. Uno di questi è il romanzo Le tue mani fredde (그대의 차가운 손, 2002), il cui protagonista è uno scultore ossessionato dall’arte di realizzare calchi in gesso di corpi femminili. Scritto in forma di manoscritto lasciato dal misterioso artista scomparso, il libro intreccia riflessioni sull’anatomia umana e sulla tensione tra ciò che il corpo rivela e ciò che nasconde. In un passaggio significativo, lo scultore afferma: «La vita è un lenzuolo che s’incurva su un abisso, e noi viviamo sopra come acrobati mascherati». Questa metafora potente – la precarietà dell’esistenza sospesa sul vuoto – sintetizza bene la sensibilità dell’autrice verso la fragilità umana. Le tue mani fredde rivela inoltre l’interesse di Han Kang per le arti visive e performative, un aspetto che ritorna altrove (basti pensare al cognato videoartista in La vegetariana o alle installazioni cui l’autrice ha collaborato). Un altro titolo poco conosciuto ma emblematico è La macchia mongola (2005), racconto premiato con il premio Yi Sang: esso ruota attorno a una misteriosa voglia azzurrina sulla pelle, e più tardi La vegetariana ne riutilizzerà l’elemento della “macchia” come simbolo di alterità sul corpo di Yeong-hye

Anche Tira il vento, vai (바람이 분다, 가라, 2010) e Bianco (흰, 2016) arricchiscono la bibliografia dell’autrice. In particolare Bianco (The White Book), ancora inedito in italiano, è un’opera sui generis: una serie di meditazioni in prosa poetica legate al colore bianco, attraverso cui Han Kang rielabora il dolore personale per la perdita della sorella maggiore, morta poche ore dopo la nascita. Più che un romanzo tradizionale, The White Book è una raccolta di frammenti lirici e contemplativi sulla vita e la morte, che è valsa all’autrice la candidatura al Man Booker International Prize nel 2018. I lettori anglofoni hanno accolto Bianco come un libro commovente e profondamente introspettivo, capace di trasformare il lutto in arte universale. Infine, una curiosità: nel 2019 Han Kang ha aderito al progetto artistico Future Library (Biblioteca del Futuro), consegnando un suo manoscritto inedito intitolato Dear Son, My Beloved perché venga conservato senza essere letto e pubblicato soltanto nell’anno 2114. Questo gesto singolare – contribuire a una biblioteca destinata ai lettori di un secolo avanti – ben riflette la visione dell’autrice, per cui la letteratura trascende i limiti del presente e crea un dialogo ideale tra le generazioni.

Poetica, stile e visione del mondo

L’universo narrativo di Han Kang è percorso da tematiche ricorrenti e da uno stile inconfondibile, che insieme costituiscono la sua “poetica” originale. Nei suoi libri l’autrice indaga la condizione umana in modo profondo e spesso doloroso, affrontando senza timore alcuni dei nodi più complessi dell’esistenza. Violenza, memoria, corpo, alienazione sono tra i temi centrali della sua opera Molte storie nascono dal confronto con traumi – sia storici che individuali – e dalle cicatrici che essi lasciano sulle persone. Han Kang ha mostrato una particolare sensibilità nel raccontare la sofferenza collettiva del suo popolo (dittature, massacri, repressioni) attraverso vicende intime e personali, creando così un potente effetto di immedesimazione. Allo stesso tempo, i suoi lavori esprimono una critica lucida alla società coreana contemporanea, in particolare per quanto riguarda il ruolo della donna e le convenzioni oppressive del patriarcato.

Molte protagoniste femminili dei suoi romanzi – da Yeong-hye de La vegetariana alla muta senza nome de L’ora di greco, fino alle donne di Non dico addio – compiono un percorso di ribellione o resistenza alle norme imposte, alla ricerca di un’identità autentica oltre le aspettative altrui. Il conflitto tra l’individuo e il contesto sociale, tra il desiderio di libertà interiore e i vincoli esterni, è dunque una linfa vitale della sua narrazione. Un altro aspetto costante è la corrispondenza tra dolore fisico e dolore mentale: Han Kang insiste sulla connessione profonda tra corpo e anima, mostrando come le ferite dell’uno rispecchino le ferite dell’altra. In Atti umani, ad esempio, i corpi martoriati di Gwangju diventano portavoce di un trauma collettivo; in La vegetariana il rifiuto del cibo e la magrezza di Yeong-hye manifestano esternamente il suo disagio interiore e il rifiuto delle violenze sottili subite; in Convalescenza una caviglia in cancrena riflette un dolore dell’anima non elaborato. Questa “doppia esposizione del dolore”, che fonde tormento psicologico e sofferenza corporea, è spesso associata dalla scrittrice a elementi del pensiero orientale e buddista, per cui il corpo è un ricettacolo transitorio della vita e il dolore può avere una dimensione spirituale.

Stilisticamente, Han Kang è riconosciuta per la sua prosa poetica intensa e visionaria. Pur non essendo mai prolissa – anzi, molti critici la definiscono “succinta” – la sua scrittura sa evocare immagini di grande potenza simbolica. Ricca di simbolismi e metafore, essa crea spesso atmosfere dense e oniriche che trasportano il lettore in mondi interiori complessi. Colori, piante, animali, abiti, elementi naturali come la neve o l’acqua compaiono nei suoi testi non solo con funzione descrittiva, ma per farsi carico di significati profondi. Ad esempio, il colore bianco in The White Book rappresenta tanto il lutto quanto una possibilità di purificazione; i vestiti in La vegetariana e Convalescenza riflettono lo stato d’animo dei personaggi (Yeong-hye abbandona gli indumenti man mano che rifiuta la società, la protagonista di Convalescenza passa dai colori vivaci al nero depressivo dopo la morte della sorella); i fiori e le piante spesso simboleggiano un altrove di pace o di follia a cui tendere (il corpo-vegetale di Yeong-hye coperto di fiori dipinti, la donna-radice nel racconto del “frutto” che denuncia la marcescenza della società). Lo stile narrativo di Han Kang mescola con abilità registri diversi: a tratti è liquido e lirico, con periodi dal ritmo lento e contemplativo, altrove diventa asciutto e tagliente quando deve rappresentare la violenza o il dolore nudo.

Frequenti sono i salti temporali e le incursioni nel sogno e nell’allucinazione: la linearità cronologica si spezza per seguire il flusso di coscienza dei personaggi o per accostare passato e presente in visioni simultanee. Questa struttura frammentata e spesso polivocale (più punti di vista, più capitoli autonomi) rispecchia l’idea che la realtà, soprattutto di fronte a eventi traumatici, non possa essere catturata da una narrazione unica e ordinata. Invece di fornire spiegazioni lineari, Han Kang preferisce suggestionare il lettore, affidandosi alla forza emotiva delle immagini e dei non detti. Ne risulta uno stile sperimentale ma accessibile, in cui si riconosce una scrittrice innovativa della prosa contemporanea. Gli effetti sinestetici – suoni che diventano colori, sensazioni tattili che si confondono con stati d’animo – e gli ossimori percettivi contribuiscono a creare nei suoi libri una dimensione quasi sospesa, dove il confine tra realtà e immaginazione sfuma continuamente.

La visione del mondo di Han Kang emerge in filigrana dalla sua vita e dalle sue opere. Segnata fin dall’infanzia dalla presenza di un lutto mai conosciuto (la sorellina morta prima che lei nascesse) e dalle memorie dolorose della storia coreana, l’autrice ha sviluppato una sensibilità accentuata per tutto ciò che è fragile, vulnerabile, umano. Non a caso nei suoi romanzi troviamo spesso figure marginali o ferite – donne oppresse, giovani spezzati dalla violenza, vittime dimenticate – a cui lei offre voce e dignità attraverso la narrazione. La stessa Han Kang ha dichiarato che da bambina la lettura l’aveva aiutata a interrogarsi su chi fosse e da dove venisse, proteggendola dalla durezza del mondo esterno. Questa precoce coscienza esistenziale traspare oggi nella profondità con cui le sue opere pongono domande universali sul bene e il male, sulla sofferenza e la speranza. C’è in lei una consapevolezza unica dei legami tra i vivi e i morti, tra il corpo e lo spirito, probabilmente alimentata tanto dalla filosofia orientale quanto dall’esperienza personale del lutto familiare e della malattia (Han Kang soffre di emicranie croniche, che in un’intervista ha definito paradossalmente una fonte della sua creatività). La sua empatia verso le “vite vulnerabili, spesso femminili” è stata elogiata anche dalla commissione Nobel.

In effetti, al centro della poetica di Han Kang c’è sempre l’animo umano con le sue contraddizioni – la capacità di crudeltà ma anche il bisogno disperato di amore e comprensione. Di fronte al dolore, i suoi personaggi cercano gesti di gentilezza, brandelli di connessione autentica: che sia l’amica che nutre un uccellino per la compagna malata in Non dico addio. o la mano tesa verso uno sconosciuto in Atti umani, l’autrice crede nell’importanza di piccoli atti di umanità anche nei momenti più bui. Proprio per questo oggi, all’indomani del Nobel, molti osservatori vedono in Han Kang una sorta di cantore della fragilità umana, colei che ha dato voce a quel bisogno di empatia e riconciliazione che tutti, in varia misura, proviamo di fronte alle sofferenze del mondo. La letteratura, per Han Kang, diventa allora un mezzo per illuminare le ferite (individuali e collettive) ma anche per riconoscere la preziosità della vita. I suoi libri, pur attraversati da immagini dure e “passioni tristi”, sanno infatti far risaltare per contrasto l’importanza della dignità, della memoria e della capacità di rinascere dopo la distruzione. In definitiva, la visione di Han Kang è intrisa di una dolorosa consapevolezza del male ma anche di un’etica della compassione: scrivere è per lei un atto di connessione profonda, un modo per condividere quelle domande fondamentali – cosa significa essere umani? – e magari trovare, insieme ai lettori, un filo di luce che attraversi l’oscurità.

In copertina: Han Kang in 2016. Ms. Han, who received the Nobel Prize in Literature last year, has written books about two of South Korea’s darkest moments. | Credits: Jean Chung for The New York Times

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