Dalle provocazioni sul red carpet ai nuovi codici di abbigliamento: Cannes oscilla tra libertà espressiva e moralismo estetico
Il Festival di Cannes, per presenza di fotografi, è secondo solo alle Olimpiadi. Facile perciò intuire che cotanta occasione sia ghiotta per trovate di marketing, boutade, look cutting-edge e relativi contraccolpi censori. Tutti ricordano ancora il guazzabuglio emotivo che l’attrice Simone Silva creò nel 1954, presentandosi a seno nudo: parecchi fotografi rimasero feriti nel tentativo di immortalarla e lei creò tale subbuglio da essere costretta a lasciare Cannes precipitosamente. Dopo qualche anno, una diciottenne Brigitte Bardot, presentandosi in due pezzi – ancora castana di capelli – fece dire a Diana Vreeland “il bikini è la cosa più importante dopo la bomba atomica”. Cannes è sempre andata avanti a colpi di scena, come un bastione di libertà: del resto nacque per sancire proprio quel valore, nel 1939, visto che Venezia era sotto controllo del regime fascista.
L’opera di moralizzazione perciò, è un po’ schizofrenica e segue sentimenti altalenanti: dopo ondate di azzardi, vestimentari e cinematografici, arrivano strette riparatrici. A Pablo Picasso, ad esempio, fu consentito di presentarsi con un cappotto di pelle di pecora, in tempi che richiedevano cravatta e black code. La sua conterranea Victoria Abril, in anni recenti, si è mostrata praticamente in mutande, visto che il suo caban aveva uno squarcio verticale che apriva la visione onnicomprensiva sulle retrovie. Anche Jeanne Goursaud si era presentata a schiena nuda fino alla zona lombare, per sommo piacere di chi si era seduto dietro di lei alla proiezione.
Il massimo lo avevamo raggiunto nel 2009, allorché, per promuovere il film The Misfortunes, il cast girò per Cannes in bicicletta senza vestiti (con una macchina che lo seguiva con la lingerie in caso di fermo della Polizia).
I casi balneari
L’ardito Sacha Baron Cohen, per Borat, si era presentato in mankini fluo, coprendo solo le pudenda. Justin Bieber era stato meno fantasioso, con un boxer Calvin Klein sotto il costume da bagno. Poi, c’è stata la fronda giacobina in opposizione al diktat del tacco alto, che aveva costretto parecchie attrici ad allontanarsi dal tappeto rosso a causa delle calzature poco consone, dando vita al cosiddetto heelgate: Jennifer Lawrence aveva fatto storia apparendo in Dior couture con un paio di infradito da spiaggia mentre Julia Roberts era arrivata scalza. Isabelle Huppert è stata un’altra rivoluzionaria, indossando stivali a calza color carne, rasoterra, per la prima di Killers of the Flower Moon. Anni prima, timorosa della reazione che avrebbe suscitato il tacco basso, Cate Blanchett si coprì i piedi per la prima del film Carol.

Stop a selfie e a volumi incontrollabili
Devono essere stati shock raccolti nella memoria collettiva a muovere l’attuale direttore alla morigeratezza. Si ricordano, fra gli indimenticabili, Fan Bing Bing effetto piccione, Viola Davis in soprabito piumato bianco nitido, Victoria Bonya che sembrava un grande volatile verde e Polli Cannabis con un cappello architettura somigliante a un abat-jour. L’influencer di Dubai Farhana Bodi era comparsa in abito singolare, che sarebbe piaciuto poco all’attuale direzione del Festival, visto lo strascico che somigliava a un groviglio di cavi elettrici. Nel 2018, Thierry Frémaux vietò i selfie.
Colpi di vento
A guidare verso la moralizzazione sono state contingenze sfortunate. In particolare, i colpi di vento, numerosi e incontrollabili, tutti orientati ad aprire spacchi vertiginosi: si ricordano quelli occorsi a Sophie Marceau, rea per ben due volte di avere mostrato biancheria intima e seno a causa della caduta di una spallina (e del solito vento). Anche a Bella Hadid la brezza aveva giocato uno scherzo, allorché si era chinata davanti alla maestà di Susan Sarandon svelando parecchi centimetri di pelle. Ma di Bella avevamo già visto tutto, in particolare quando optò per un abito rosso di Alexandre Vauthier. Non servivano colpi di vento a Irina Shayk: era comparsa praticamente nuda, con lembi di pelle incrociati sul davanti in una mise che rivelava una impalcatura addominale da invidia. Anche Kendall Jenner ci aveva deliziato, fra tessuti cartavelina luminescenti e tulle bianchi di Schiaparelli.
Il codice decoroso del 2025
Ed è così che arriviamo alla “stretta” odierna. Per le donne, è concesso il little black dress in alternativa al lungo. Vanno bene anche tailleur e maglia elegante, oppure il pantalone scuro. Gli uomini devono restare nel binomio nero-blu navy. Vietate le sneakers, concessi i sandali bassi purché eleganti. Ma niente vestiti sovrastrutturati e niente trasparenze. Nessuno si pronuncia sul trend che scosse l’edizione 2023, il cosiddetto peekaboo: spalline del reggiseno ben in vista sotto abiti super eleganti. Ma Sidney Sweeney e Scarlett Johansson potevano permettersi questo ed altro…
