Un’intervista poetica e metafisica tra nuvole, pixel e riflessioni sulla natura umana
“Nel paese di Collodi chi sarà Pinocchio e chi si accorgerà dell’asino, magari specchiandosi in un autoscatto”? Fa pensare, il siluro poetico sganciato da Maurizio Gabbana nel suo libro Reflex.
Maurizio Gabbana usa la fotografia in senso metafisico. Usa la luce, il Bianco -come la sua ultima serie di opere- per lasciare sagome che non trovano più la loro essenza. Rimangono come tratti inerti su uno sfondo abbacinante. E in fondo già nel 2015, a Expo, con la collettiva DepurLab, aveva presentato Ingegno Divino, storia di un uomo diviso fra l’elevazione dello spirito o la scelta di vivere della sua limitata sufficienza.

Maurizio è abilissimo nell’uso della tecnica: già da bambino manipola le camere analogiche, sperimenta le sue visioni in camera oscura.
Negli anni Duemila, insieme al Prof Rolando Bellini, storico dell’Arte all’Accademia di Brera, effettua ricerche sulla “Dynamica spazio temporale” con scorci notturni, metafisici, cogliendo persone assopite nel riposo notturno.

Utilizza Canon e Nikon nel suo passaggio al digitale, ma senza post produzione. Tutto scaturisce da un lavoro artistico, da uno studio preparatorio.
Prima escono i suoi scenari metropolitani, con Infinite Dynamics, che sembrano stratificazioni di immagini proiettate verso l’infinito. Poi, con Assenze, usa la fotografia per puntare il dito sull’assenza dell’uomo.

Cieli vuoti di nubi, persone appena tracciate, perse nello scroll del telefono, a significare che l’uomo manca sempre più. Esiste, ma in senso apparente.

La fotografia, animata dalla luce e dall’ombra, è un lessico potente. Proprio come le parole della sua Poesia, Tempo moderno:
Siamo messi così male?
No, abbiamo tutti un talento, nasciamo con doni formidabili. MA spesso li dimentichiamo per farci guidare in modo robotico.
Le Reflex ci porta a Riflettere?
Con le immagini di Assenza, dove lavoravo sui pixel e sulla luce e svuotavo il cielo dalle nubi a significare che non c’è più l’uomo, volevo proprio produrre una riflessione. In fondo è la luce -simbolo della fiamma che abbiamo dentro- a riportarci all’essenza.
La sottrazione di pixel restituisce il senso delle cose?
Sì, si arriva al tratto puro. Essenziale. Che poi siamo noi, esseri umani sempre più assottigliati dalla modernità.

Perché come metafora hai usato le nuvole?
La nuvola è molto simile all’uomo, subisce cambiamenti costanti, si compone, si decompone, assume forme diverse…cambia a seconda della luce.
Le tue piazze, come quella di Vigevano, sono vuote. Al posto delle persone arriva la Natura…
Sì, volevo dire che la Natura si riprende il territorio. In alcune immagini ho sottratto anche parti degli edifici, perché se non c’è più l’uomo scompare anche la sua storia
Che tecnica usi per esprimere la tua filosofia del vuoto e del pieno?
Faccio tutto a mano, è una vera e propria elaborazione artistica. Svuoto le finestre, svuoto il cielo, levo pixel, isolo le figure nella foto.
Gli ultimi gruppi di immagini si chiamano Bianco. Tutto omologato?
Bianco significa che possiamo essere riflettori di luce, se vogliamo. Con Bianco ho lasciato solo i tratti, per esortare le persone a tornare all’essenza. Attraverso la luce possiamo svuotarci di tutte le scorie e cercare la dimensione interiore.
