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Televisione, influencer e contenuti che funzionano: la versione di Grazia Sambruna

Televisione, influencer e contenuti che funzionano: la versione di Grazia Sambruna

di Matteo Muzio

Da TvTalk fino a Chiambretti passando per il Corriere della Sera: la puntuta opinionista su tv e costume si apre per Art&Glamour su tutto ciò che avreste voluto chiederle.

A cura di Matteo Muzio

Ci sono lavori che sempre meno persone vogliono fare. Perché, per quanto sia il sogno di ogni adolescente con ambizioni giornalistiche l’idea di scrivere di cinema, serie tv e televisione, alla fine è difficile riuscire a dare giudizi sinceri su ciò che piace e soprattutto cosa invece non ci convince affatto. Grazia Sambruna, invece, ha deciso di tentare. Dopo un inizio come opinionista di TvTalk, è diventata una presenza stabile su varie testate come MowMag, TrueNews e Fanpage per arrivare a collaborazioni ancora più prestigiose sul Corriere della Sera e il Messaggero, fino alla consacrazione come volte di “Donne di una crisi di nervi” su Rai 3, il nuovo programma di Piero Chiambretti. Certo la giornalista non risparmia nessuno nei suoi articoli, ma vogliamo capire meglio le sue idee sui media, gli influencer e i modi che esistono per fare una buona televisione.

Grazia Sambruna, per mestiere ti occupi di critica televisiva, recensendo i programmi e dando i voti ai protagonisti, un compito che è di sicuro divertente. Quali lati negativi ha questo lavoro?
Prima di tutto io sono onorata di scrivere le pagelle dei programmi tv e di scriverla addirittura sul sito del Corriere della Sera. I lati negativi di questo impegno esistono e riguardano soprattutto questioni di tempistiche: la prima serata termina spesso alle 2 di notte e a volte guardo due show contemporaneamente. I pezzi devono essere online alle 7 del mattino, quindi tra scrittura e impaginazione passo molte notti insonni. Non mi pesa perché amo le sfide. Sono iperattiva e una vita sempre uguale, senza stimoli, mi annoierebbe molto. Ho buttato parecchio tempo pensando di non poter più fare questo lavoro, che non avesse senso (poco pagato, precario ecc ecc). Bene, ora che ho tante collaborazioni non ho intenzione di perdere nemmeno un secondo, di godermelo tutto. Poi arriva sempre, ogni mattina, chi non è d’accordo con me e mi insulta sui social.

Questo è un fenomeno troppo diffuso.
Nel corso della penultima edizione di “Amici” ho ricevuto perfino minacce di morte per aver criticato un concorrente del talent. Posso dire? Questo per me non è un lato “negativo” del mestiere perché mi rendo ben conto di essere la prima a criticare; quindi, non posso diventare isterica se qualcuno non è d’accordo con me. In secondo luogo, gli insulti che ricevo mi divertono moltissimo. Possibile che esistano così tanti kamikaze che, da come si esprimono sui social, si farebbero ardere vivi pur di “difendere” qualcuno con cui non hanno manco mai mangiato insieme? A quanto pare, sì. Ed è un fenomeno davvero molto buffo, per come la vedo io. Non ce la faccio proprio a offendermi, mi spiace. Un giorno o l’altro mi comprerò la scorta su Amazon, che posso dire? Certi giorni, mi pare di occuparmi di intercettazioni stato-mafia, vedendo le risposte e le “intimidazioni” che ricevo. Dai, fa davvero ridere! Non smettete mai!

Una delle tue missioni o, meglio, uno dei temi più congeniali, riguarda lo smontaggio delle dinamiche che reggono l’engagement delle o degli influencer del “nulla” mettendo in luce la pochezza dei loro contenuti. Pensi che questo fenomeno sia in contrazione oppure è un modello di personal business che durerà ancora?
Io c’ero prima che esistessero gli influencer e, devo dire, non è che si campasse poi così male. Li ho visti nascere e, al tempo, tutti prendevamo in giro questi coetanei che ogni giorno mostravano con enfasi outfit o il loro biscotto preferito per fare colazione. Dopo il Pandoro-Gate che ha travolto Chiara Ferragni grazie al lavoro di Selvaggia Lucarelli, ora gli influencer, tutti, sono in grossa crisi. La gente si “fida” molto meno di loro, non pende più da ogni parola che dicono nelle storie o nel feed, gli fa le pulci. E i disastri sono sotto gli occhi di tutti. Diventati “famosi” (nonché milionari) in quanto draghi della comunicazione, al primo segnale di dissenso crollano, non si dimostrano in grado di gestire il minimo dissenso.

Secondo te come mai?
Perché hanno campato per anni in una bolla di consenso perenne, senza se e senza ma. Quando questo non succede più (o succede di meno) vanno nel panico, non ammettono in primo luogo a sé stessi le critiche che ricevono. Perché non ci sono abituati.

Come è possibile?!
Nella maggior parte dei casi, non hanno mai lavorato un solo giorno in altro modo. Vanno in crisi di fronte al dissenso e alle critiche perché non hanno mai provato, per esempio, a essere in ufficio e ricevere uno shampoo totalmente gratuito da parte del capo che quel giorno ha le balle girate. Lì mica si può mandarlo al diavolo, pur avendo magari ragione, perché da quell’impiego dipende lo stipendio ossia il modo di camparsi. Gli influencer sono, di media, viziati. Un gruppo, enorme perché sono davvero tantissimi, di piccoli o grandi dittatori che, come religione, hanno, da sempre, il proprio ombelico e non riescono a guardare oltre a quello. Se questa “era” finirà non lo so. Se il fenomeno dovesse implodere, comunque, avrei solo da dire che sia durato anche troppo.

Spesso tu critichi i programmi “faciloni” sia nei sentimenti proposti sia negli schemi ripetitivi. Qual è un cliché che affossa un programma e quale invece una novità o un colpo che rende un prodotto di sicuro gradimento?
Non c’è niente di “sicuro” perché la tv è scritta sull’acqua. Non credo esista una formula magica per fare di un programma un successo garantito. Chi avrebbe mai detto, per esempio, che a portare i più grossi ascolti a Mediaset un giorno sarebbero state le soap turche?? Certo, l’amore tira sempre perché alle persone, di tutte le età, piace sognare di essere bellissime, soddisfattissime, di vivere un sogno, anche sentimentale, rivedendosi quindi nei tamarri di uomini e donne o in quelli di Temptation Island. I programmi tv quindi sono quasi tutti “faciloni” perché la tv deve esserlo. Ci sono i blocchi pubblicitari, deve esserci ritmo per non annoiare il pubblico facendogli cambiare canale. Infatti, per quanto riguarda l’intrattenimento puro, quella non è la sede opportuna per trattare temi importanti e seri.

Qualche esempio?
Quando il Grande Fratello, per esempio, si cimenta con tematiche sociali come la violenza contro le donne, il bullismo o le relazione tossiche, fa sempre disastri perché banalizza ogni cosa per questione di tempi e superficialità. Un reality dovrebbe farci vedere gente che litiga per i biscotti o per stupide questioni di convivenza spiccia. Non certo spiegarci la vita. Invece, specie nelle ultime edizioni, c’è stata questa insopportabile tendenza al moralismo che ho trovato francamente indigesta nonché fuori luogo. Proprio su Marte rispetto alla realtà. È un peccato. Come esempio positivo, invece, non posso non citare “Splendida Cornice” il varietà culturale condotto da Geppi Cucciari su Rai 3. Ogni dettaglio è studiato benissimo per intrattenere e non capita mai una puntata che non ti lasci qualcosa di più della risata. Ottimo anche il ritorno della Gialappa’s Band su Tv8. Anche quella è tv scritta con intelligenza e sarcasmo. E il pubblico sta apprezzando tanto, non era scontato, proprio perché mancano cose “vere”, scritte bene e divertenti. Quando guardo il Gialappa Show vedo prima di tutto un programma scritto con una sacra passione per l’intrattenimento. Una sacra passione che anima ognuno dei coinvolti. Questo potrà sembrare il minimo sindacale. Ma non lo è per niente, quindi per me va riconosciuto e anche ammirato.

C’è un altro punto che riguarda le stroncature: siete rimaste molto pochi a farla. Come mai questa deferenza?
La deferenza conviene. Per il modo in cui scrivo, io non dovrei nemmeno esistere in questo ambiente. Molto spesso, mi sento una radio pirata. Eppure, non è che faccia nulla di straordinario: descrivo le cose come le vedo, per quello che sono. E poterlo fare, ne sono consapevole, è un privilegio, un lusso vero. Le linee editoriali di molte testate, la maggior parte, sono parecchio “strette”. Funzionano più o meno così: “o raccontiamo i motivi del successo di questo programma perché fa grandissimi ascolti, oppure non ne parliamo e basta”. Il giornalista, quindi, o si piega a questo diktat oppure non scrive. Tutti abbiamo le nostre opinioni, ma spesso vedo in giro sbrodolate di complimenti forzatissime, che stanno in piedi a stento. Perché succede? Perché sono tutti lecchini? Forse. Se la testata per cui scrivi richiede un determinato tipo di contenuti e toni incensanti, va a finire che consegni quello che il caporedattore vuole leggere, sacrificando il tuo punto di vista. Lo capisco, ma non riuscirei a fare così. Sinceramente, mi è venuta l’orticaria per molto meno, Finché mi sarà concessa la libertà di scrivere, non troverete mai niente nei miei pezzi che non mi rispecchi al 100 %.

Ancora più rara è “la stroncatura di un successo”, come hai fatto per Che Tempo che Fa, che pure ha registrato sempre grandissimi ascolti. Come mai in quei casi decidi di tenere il punto?
Perché è un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo. Raramente i programmi tv più “belli” (ossia di maggior qualità) sono anche quelli più visti, ovvero quelli che fanno ascolti più importanti lato Auditel. Di Che Tempo Che Fa, andando per grandi temi, non ho apprezzato il vittimismo con cui Fabio Fazio è passato da Rai a Nove. Il fatto è che il suo contratto col servizio pubblico fosse in scadenza e che lui ha, legittimamente, accettato una offerta economica migliore arrivata da un altro canale. Fine della storia. Tutto il resto è narrazione. Per me poi le interviste sono come una partita di calcio. E la flemma, la mancanza assoluta di curiosità da parte di Fazio non mi ha mai entusiasmato. Rimane adeso alla scaletta, sembra non ascoltare l’intervistato. È noioso, piatto. Tutti vanno da lui? Perché, appunto, non fa domande ed è sempre una passeggiata di salute per ogni ospite. Non che gli ospiti debbano sudare o essere trattati “male”. Però ascolto e curiosità per me devono essere alla base di ogni intervista. Come se fosse una chiacchierata al bar tra amici che, quando necessario, si prendono anche un po’ in giro.

Secondo te c’è un modo sui social per parlare un linguaggio di verità?
La “verità” su qualsiasi media è sempre questione di rappresentazione. Se va bene, un contenuto può essere “verosimile”, difficilmente “vero” al 100 %. E va bene così. Secondo me, piuttosto, ci sarebbe bisogno di limitare un attimo questa “verità”. Personalmente, non mi interessa granché aprire Instagram e trovarmi davanti ogni giorno le radiografie, la cellulite, che ne so, l’esame delle feci dell’influencer, del vip o della persona comune tal dei tali. Postare i fatti propri, anche quelli più personali, è un trend che “funziona” tantissimo ma resta una stortura dei nostri sciagurati tempi, nella mia umile opinione. Poi, per carità, ogni tanto scappa anche a me qualche tweet personale che so che mi dovrei evitare. Ho la certezza, comunque, che chi mi segue non lo fa per avere aggiornamenti sulla mia mesta situazione sentimentale o sul mio stato di salute.

Immagino tu sia contenta di questo
Ne vado molto orgogliosa. Per quanto riguarda la critica, invece, dire la “verità” crea scandalo dai tempi di Gesù Cristo. E a me piace creare “scandalo”. Non lo faccio apposta, scrivo sempre quello che penso e basta. Ma è bello vedere quando a partire da una mia pagella o recensione (come da quella di chiunque altri, eh) parta una sorta di dibattito tra favorevoli e contrari. Trovo sempre importante che se ne discuta, ci si ragioni sopra. Anche se stiamo parlando della brutta figura di qualcuno al gf, non di massimi sistemi. Non sono snob, non c’è mai niente di troppo stupito da non poter far nascere qualche riflessione comunque interessante. E il fatto – raro – che si approfondisca invece di accettare le cose per come ci vengono fatte vedere, credo sia sempre un bene.

Un’ultima domanda positiva: qualcuno prende le tue critiche in modo costruttivo o reagiscono tutti male?
Una cosa divertente è che di fronte a una ‘promozione’ o comunque una recensione positiva in pochissimo si fanno sentire, è fenomeno assai raro. Quando invece si tratta di una ‘bocciatura’ o di una stroncatura, spessissimo mi vengono a cercare coi forconi. I personaggi criticati e/o i loro fan. A volte, il meccanismo messo in atto per “vendicarsi” è più subdolo. Il personaggio leso nella propria maestà, posta il mio articolo su X ben sapendo che così genererà un esercito in marcia armata verso i miei profili social. E, infatti, accade puntualmente. Questo non mi impedisce certo di continuare a scrivere ciò che penso, anche se alcuni giorni non riesco ad aprire i social per le troppe notifiche – di insulti e acidità varie. Pazienza, per fortuna non campo di Instagram.

Tutto ciò ti urta?
La cosa mi lascia del tutto indifferente. Anche se, più spesso, mi diverte. Bello vedere così tante persone credere ciecamente in qualcosa, mettiamola così. La risposta “piccata vittimista” è comunque all’ordine giorno. Da parte dei diretti criticati o dai loro uffici stampa.

Dai, facci un esempio
Una volta ho scritto che una conduttrice non avesse “raison d’être” al timone di un programma tv, non era proprio il suo mestiere, povera stella. Sono stata tutto il pomeriggio al telefono col suo management che mi accusava di aver scritto che questa donna “non avesse ragione di esistere in generale, dicendo così è come se la volessi morta”. Ho riso molto, sono ancora in attesa della denuncia per istigazione a qualche reato gravissimo. Un altro “ragionamento” che francamente non comprendo, ma che mi capita di sentire spessissimo, è che sia “terribile leggere una donna criticare un’altra donna”. Perché mai? Tra “noi” dobbiamo per forza tutte dirci che siamo brave e belle anche quando facciamo boiate? Non capisco. Sembra che si esiga d’esser trattate come panda in estinzione, come fossimo disarmate, da proteggere, povere svenevoli creature. Non penso proprio che sia così né che questo modo di agire possa darci una mano. Le critiche non hanno sesso ed è giusto che sia così. Personalmente, inorridirei a ricevere complimenti “perché sono una donna” e soltanto per questo. Mica è un merito!

  

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