A cura di Matteo Muzio
foto di Erica MacLean, Genevieve Andrews e Sean Turi
Intervistiamo Jordan Emanuel, Coniglietta e Playmate per Playboy, ma anche TopModel: una vita nel mondo della fotografia e nella moda, ma sempre attenta ai linguaggi e alle evoluzioni del costume della società. Da oggetto del desiderio maschile in strumento di rafforzamento della consapevolezza delle donne, ma anche attenta a progetti di inclusione interraziale, aiutando chi aveva bisogno e combattente per la giustizia sociale (nota la sua raccolta fondi per la famiglia di George Floyd). Una donna che ha molto da raccontare e noi l’abbiamo intervistata per voi.
La modella afroamericana è stata l’ultima Playmate dell’anno nel 2019. Da allora è stata un vulcano di progetti di varia natura, che l’hanno vista usare il suo corpo per raccontare la sua visione di società e per spiegare cosa intende fare nel futuro. Per aiutare le donne ad avere un altro sguardo su di sé.
Può il proprio corpo essere lo strumento con cui si racconta un pezzo di realtà? Sì, se sei stata l’ultima Playmate dell’anno per lo storico magazine Playboy nel 2019. Jordan Emanuel, nata il giorno di Natale del 1992, non è però come le conigliette che l’hanno preceduta, non solo perché è afroamericana (come lei soltanto altre quattro persone nella storia), ma anche perché ha idee ben chiare sul futuro. Negli anni successivi ha collaborato con Playboy non solo come modella ma anche come giornalista e suoi contributi sono finiti anche su Business Insider e Reader’s Digest, senza però scordarsi la carriera di modella, lavorando per brand come Rimmel e Good American. Inoltre, ha creato una sua linea di costumi da bagno che è stata oggetto di servizi. Oggi ha le idee chiare su quello che vuole fare nei prossimi anni: a partire dal giornalismo passando per il convincimento che le donne siano agenti di cambiamento,
per trasformare l’immagine del corpo nudo femminile da oggetto del desiderio maschile in strumento di rafforzamento della consapevolezza delle donne.
Senza tralasciare alcune critiche al mondo dell’attivismo digitale. Ecco cosa ci ha raccontato:
Jordan Emanuel, il settore dove lavori, ovvero la moda e il glamour è stato pesantemente criticato da alcune femministe e attiviste come un ambiente intrinsecamente sessista e modellato sui gusti e le aspirazioni degli uomini. È vero in parte o l’atteggiamento è cambiato?
Certe persone saranno sempre arrabbiate quando le donne prendono decisioni su come usare il loro corpo. Ci sarà sempre chi critica, chi sceglie di seguire la propria strada. Io credo anche che la società sia stata costruita su basi patriarcali, quindi ci sono elementi che partono da una prospettiva maschile, ma credo fermamente che le decisioni delle modelle riguardo alla loro decisione di partecipare a certi shooting siano per il proprio miglioramento personale e non per gli uomini così fortunati da guardarli.
Proprio questa la tua scelta personale di rimanere casta per un anno, che hai esposto in un’intervista all’edizione americana di Glamour, ha fatto scalpore. Che effetti ha avuto su di te?
Mi ha reso più sicura di me: ora so per certo cosa voglio oppure no e cosa posso accettare oppure no
Il tuo racconto del reale però non si limita al corpo. Il tuo legame con il giornalismo è di vecchia data: lo hai scelto come argomento di studio all’università e hai iniziato a collaborare per alcune testate come Hollywood Life e Bossip sia con articoli che con contenuti video. Pensi di tornare al giornalismo nei prossimi anni, magari fondando tu stessa delle testate digitali?
Non ci ritorno perché non l’ho mai abbandonato. Scrivo con continuità e in futuro mi piacerebbe avere una rubrica regolare o un progetto specifico per una testata esistente: penso che ce ne siano molte di interessanti e non credo sia necessario che io ne fondi una nuova.
Nel 2020, nei giorni successivi alla morte di George Floyd, hai trasformato il tuo profilo Instagram creando delle sezioni sui movimenti di protesta e sulla possibilità di raccogliere fondi per la famiglia di George Floyd e altre collette per le persone coinvolte nelle manifestazioni. Credi che l’attivismo digitale possa ancora essere utile oggi?
(L’afroamericano George Floyd, ucciso da un poliziotto bianco, durante la fase di arresto, diventa il simbolo del razzismo contro i neri n.d.r.)
All’epoca volevo fornire del materiale per informare e far capire cosa stesse accadendo in America in quel momento e magari indurre le persone a dare una mano. Adesso però non credo che sia così utile farlo e che possa essere efficace.
Personalmente preferisco dare una mano più concreta, finanziando progetti per la salute mentale e altre cose legate al benessere della persona.
Quindi recentemente non ho più postato nulla perché alcune persone pensano di essere a posto mettendo un reel e questo suona davvero poco autentico.
Proprio per questo sei una delle co-fondatrici di “Women with voices”, una no profit che si occupa di inclusione femminile e che ha sede a New York: ci può spiegare di cosa ti occupi?
Il mio focus nell’organizzazione riguarda la salute mentale e il superamento del trauma, ma anche l’educazione sessuale e la liberazione delle donne, anche se attualmente siamo in un periodo di transizione e stiamo cambiando sede. In questi anni però abbiamo fornito dei prestiti per le imprese femminili e abbiamo organizzato diversi eventi per raccogliere giocattoli, vestiti e materiale scolastico e abbiamo premiato quelle figure pubbliche che hanno fatto tanto nelle rispettive comunità. In futuro vorrei coinvolgere altre influencer e altri talenti per riuscire a dare alle donne non solo beni di consumo, ma per aiutarle a coccolarsi, renderle fiduciose nei propri mezzi, prepararle a un colloquio di lavoro e aiutarle a vestirsi meglio a seconda del loro budget. Insomma, per migliorare la loro vita.





