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Quando l’estetica diventa canovaccio della vita

A cura di Paolo Demaria

Diretto da Paolo Sorrentino e vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero, La Grande Bellezza si presta a molteplici interpretazioni. Un film che è come un labirinto, bellissimo ma insidioso: i vari temi che vi si intrecciano, come la religione, l’arte, il sesso, le relazioni sociali, formano un groviglio narrativo che parla di tutto e di niente, apparentemente inestricabile ma dotato di un gran filo conduttore.

C’è un momento -nel corso dei primi minuti del film in cui Paolo Sorrentino- mette alla prova il suo pubblico, con i movimenti veloci della macchina da ripresa , la colonna sonora composta da voci di un coro sacro e le inquadrature rapide a portrait per acquisire gradimento del pubblico . Quello è il segnale con cui il regista quasi ci sussurra: “Allacciate le cinture, perché si parte per un viaggio iconografico, estetico, antropologico.

E’ un film che parla di una perdita, di un lutto, ma nel modo più elegante e sofisticato possibile: il messaggio è indirizzato a chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire. Per tutti gli altri si tratterà solo di un omaggio allo splendore della Città Eterna e trovo difficile stabilire cosa, in questo film, sia reale e cosa sia immaginario o frutto di un sogno.
Al termine della notte sorge l’alba, torna il silenzio e la città parla attraverso le sue meraviglie, statue, antiche rovine, piazze, ponti, giardini, un sublime godimento estetico.
Pura bellezza, abluzione che lava via ogni lordura umana dai piaceri o dispiaceri della vita di Gep Gambardella, il protagonista, riportandolo ad uno stato di grazia ovvero al tempo della sua giovinezza -che rivede in quel mare immaginato sopra il suo letto.

A mio parere una delle scene più interessanti del film si presenta allo spettatore dopo circa un quarto d’ora dall’inizio. La performance è artistica: al centro della scena, una donna completamente nuda, è magnificamente interpretata da Anita Kravos, che si fa coprire il capo con un velo trasparente e dà le spalle alla camera di ripresa .

Nella scena immediatamente successiva, l’artista, che parla di sé in terza persona, è intervistata dal protagonista del film, Jep Gambardella, interpretato da un magistrale Toni Servillo.

La grande bellezza è trionfo dell’immagine che esalta il vuoto esistenziale. L’assenza di senso, il ritratto luciferino della crisi culturale che stiamo vivendo.
Il ticchettio del breve tempo umano che si avvicina alla sua scadenza, contro il sublime tempo immobile del passato, che Roma impone ai suoi abitanti ogni giorno.

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