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Placidamente old-fashioned

di Monica Camozzi

A cura di Monica Camozzi
Foto di Anna Antonelli

Una irresistibile attrazione per tutto ciò che è vecchio. Aggettivo che Daniela Marzolla percepisce in chiave affascinante.
“Gli altri bambini a Natale contavano gli alberi illuminati e io contavo le case vecchie” dice lei ridendo.
Perché la sua vita, ora, è prendere le lampade abbandonate nelle fabbriche, dismesse dal loro ruolo di illuminatrici immobili e rimetterle al mondo in veste rinnovata.
Forte di un diploma all’istituto d’arte e di una sensibilità quasi mistica per l’anima di quell’oggetto.

“Fra le lampade che restauro ci sono pezzi provenienti da Cinecittà e mentre le tocco rivivo gli Studios, sarà la mia passione endemica per il cinema ma è come se mi proiettassero al centro della scena che hanno illuminato”.

Insomma, quella di Daniela è una passione, una missione, una gioia: “il secolo scorso esercita su di me un fascino irresistibile, mi provoca sentimenti forti, evoca quello che siamo stati”.

“Gli oggetti che hanno un valore storico non dovrebbero mai essere dimenticati e dispersi nell’ambiente”.

Ma Placida Lettis da dove viene?
Placida Lettis è il nome di mia nonna. Emblema delle donne di una volta, che con il passare degli anni rimanevano donne. Ricordo che lei non usciva mai senza rossetto, conservava la sua femminilità. E quando ho dovuto dare un nome al progetto, è scaturito naturalmente il suo. Il principio è il recupero, autentico, di una storia.

Tu smonti tutto, lucidi anche le viti a mano: da dove viene questa passione?
L’istinto creativo è qualcosa che non ti abbandona mai, quando c’è riemerge sempre. E in me ha sempre provocato una naturale pulsione a riportare in vita cose vecchie Mi innamoro degli oggetti, ho un rapporto fortissimo con le cose.

Perché lampade industriali?
Amo la luce, ti dico solo che in un appartamento di 50 metri quadri ho 15 sorgenti luminose.
Le lampade industriali sono semplicemente fantastiche: sono nate per non essere viste, per adempiere a una funzione e invece sono spettacolari per forme, colori, design. La mia missione è toglierle da un contesto riduttivo e portarle a diventare qualcos’altro. Insomma sono un elemento a sorpresa.

Fuori dagli schemi?
Esatto. Pensa a una di queste lampade collocate in un contesto estetico classico o comunque non industriale. La loro portata è dirompente. Poi io amo le cose vecchie e tutto ciò che non è convenzionale”.

“Sarà che odio le cose standard, amo il pensiero fuori dallo schema, il coraggio di osare”.

Gli oggetti hanno un’anima?
Altro che. Ci si rende conto subito della differenza fra una procedura di restauro conservativo industriale, con sverniciatura e lucidatura standard e quanto invece faccio io. Ergo procedere a mano totalmente. Ogni pezzo viene smontato, controllato, ripulito e ricondizionato. Ci metto tre volte tanto ma le mie lampade hanno un’anima. Sono calde, hanno patine, parlano di storia e si percepisce. E poi è anche una questione di sostenibilità.

“Ogni lampada che vendo è una conquista che mi permetterà di salvarne un’altra”

Nessuna emissione di CO2?
L’unica emissione di CO2 è quella che produco con il mio corpo, perché è realmente tutto fatto a mano. Quando risani un pezzo in questo modo mantieni la sua natura, sei sostenibile. Io gli oggetti li salvo sul serio, non a metà. Certo costa di più ma il principio qualitativo è completamente diverso. Il lavoro manuale fa uscire l’anima dell’oggetto e sai da solo quando fermarti.

Dove trovi le lampade?
In Italia ormai è più difficile, le vecchie fabbriche sono state quasi tutte convertite e il “vecchiume” è stato buttato via. In Est Europa invece trovo ancora tanti pezzi, lo smaltimento là è precario, gli oggetti vengono abbandonati.

“Quello che faccio non è semplice, sono parecchio in controtendenza rispetto al diktat “voglio tante cose, cambio velocemente”.

Il tuo spazio espositivo?
Una vecchia stalla. Il luogo perfetto.

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