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il mondo del design (20)

Il salone del mobile: sei giorni di promesse, un anno di scommesse

A cura di Davide Pizzi

Gennaio, Febbraio, Marzo e poi Aprile, almeno fino a metà.
Per la maggior parte delle persone sono mesi in cui non succede nulla di particolarmente entusiasmante, anzi.
Natale è passato, fa ancora freddino e non ci sono particolari motivi per essere euforici, dato che la bella stagione e le vacanze sono ancora lontane.

Ma per chi vive e lavora in quello che si chiama “distretto del design”, qualunque cosa voglia dire, sono i mesi più terribili e frenetici dell’anno. Sono i mesi che precedono l’annuale Salone Internazionale del Mobile, evento imperdibile per chi opera in questo settore, il Carnevale di Rio della Brianza che lavora.

Nato nel ‘61 per volontà di un piccolo gruppo di imprenditori, che per primi intuirono il bisogno di mettere in mostra la qualità dei loro prodotti e aprirsi la mondo, con gli anni si è evoluto e ha cambiato luogo e frequenza, è cresciuto sempre di più ed ha acquisito una dimensione globale per attrattiva commerciale, uscendo dai confini stessi della fiera per trasformarsi in un evento che coinvolge tutta la città di Milano, contrappunto più democratico e naïf in chiave arredamento della famosa Fashion Week. 

Tuttavia è proprio nei mesi che lo precedono che aziende, progettisti, architetti, designer e allestitori cominciano sempre di più ad intensificare i loro sforzi, in una inesorabile discesa verso la data d’inizio che rappresenta il culmine del lavoro di un anno e l’inizio di un periodo di calma dopo la tempesta.

Essendo un insider e avendone vissuti sulla mia pelle quasi 20, vorrei raccontare il Salone visto da dietro, dalla parte di chi ogni anno si danna l’anima per far arrivare a destinazione i prodotti, nella speranza (spesso vana) di piazzare un colpo che li faccia svettare sulla concorrenza.

In un mondo ideale, e sapendo da decine di anni che questo evento cade a metà Aprile, non dovrebbe essere difficile arrivare già pronti e preparati alla consueta scadenza…ma la creatività non è facile da governare, neanche per il più coriaceo dei CEO, e l’estro dei designer è quasi impossibile da imbrigliare in un freddo diagramma di Gantt.

Si arriva ad aprile sempre distrutti, con gli ultimi progetti venuti un po’ così, e con quelli più importanti che forse avrebbero meritato qualche mese in più, ma che proprio non si poteva fare a meno di lanciare adesso.

Le ultime settimane sono un vero uragano di emozioni, si passa dal terrore di non farcela all’eccitazione per i prototipi che piano piano vengono pronti e piazzati negli stand, tirati a lucido per l’occasione. Designer, progettisti e imprenditori vedono finalmente i loro “bambini” prendere vita, pronti a confrontarsi con il mercato in un carnevale di altri oggetti, luci, colori e strette di mano fra compratori e venditori, fra hostess e clienti o fra semplici curiosi e giovani studenti in gita…per non parlare degli stravaganti e colorati personaggi che abitano questo mondo. 

Per la prima volta le loro (le nostre) idee escono dai grigi capannoni e scopriamo se possono piacere anche a chi non le ha concepite e viste mentre  prendevano forma piano piano, fra momenti di euforia e vicoli ciechi di incazzature, in una curiosa gestazione condivisa che sfocia in un parto spesso sofferto ma per fortuna meno doloroso. 

Alla fine il grande giorno arriva, e gli spazi si popolano di uomini e donne che almeno nei primi 4 giorni dovrebbero solo essere addetti ai lavori, ma che invece sono spesso abili imbucati e vittoriosi partecipanti della “caccia al biglietto a scrocco” che si scatena da marzo in poi, non perché il biglietto sia così costoso, è che averlo gratis ti dà tutto un altro gusto. 

L’atmosfera è euforica, ogni tanto un politico o un vip fa una comparsata (con relativo seguito di forze dell’ordine), e per chi veramente è del settore, inizia una lunga camminata che farà segnare come sempre il record del contapassi. 

Si scelgono con cura gli stand delle aziende da visitare, fra quelle da vedere per controllare la concorrenza e quelle dove bisogna per forza passare per non sottrarsi al consueto “giro dei parenti” ovvero ex colleghi ed ex titolari, versione primaverile del giro dei parenti lontani che si fa di solito prima di Natale o per le partecipazioni di matrimonio.

Le natiche si fanno sensibili e pronte a testare gli ultimi divani per decretare qual è quello più comodo, consci che come ogni anno arrivati alle 16.00, carichi come muli di cataloghi che puntualmente non riusciamo a non prendere quando ci vengono offerti da gentili e avvenenti hostess, anche un cumulo di pietre ci sembrerebbe un miracolo di comodità.

E intanto abbiamo incontrato vecchi amici, ne abbiamo conosciuti di nuovi e brindato ad un numero imprecisato di future collaborazioni e vecchi successi, pronti a prometterci che ci sentiamo dopo la fiera ma verso maggio, “perché prima stacco una settimana che devo riprendermi”.  

Il salone, per chi lo vive davvero, è proprio questo.

Un anno di scommesse per sei giorni di promesse

Fra chi si incontra per gettare i semi di futuri progetti, tra venditori e acquirenti che promettono di piazzare gli ordini appena arrivati a casa e poi promettono che spingeranno i tuoi prodotti più di tutti gli altri. 

Promesse fra noi stessi perché “l’anno prossimo partiamo prima, così non ci troviamo più così all’ultimo”. 

Anche se quello che scrivo può sembrare critico e dissacrante verso questa istituzione, lo faccio con tanto affetto verso un posto che è un po’ casa mia, perché nei giorni della fiera si respira un’atmosfera bellissima, a cui negli anni tutti ci siamo affezionati. 

Sappiamo che forse dopo più di 60 anni ci si potrebbe inventare qualcosa di più moderno di una fiera…ma non riusciamo a lasciare questa nostra comfort zone.

È il momento di mettersi in mostra per chi ha lavorato duramente, è il momento di guardare in faccia tutti i tuoi colleghi e anche i tuoi competitor, che in larga parte sono tuoi ex colleghi, proprio quando indossano il loro sorriso migliore e ti accolgono orgogliosi e fieri di mostrarti cosa hanno fatto.

È un ritrovo che ci ricorda che il tempo passa ma che siamo tutti sempre lì, e se qualcuno ci lascia è anche il momento per ricordarlo insieme con un po’ di nostalgia, in una strana e conflittuale famiglia allargata che è questo settore.

E quando la fiera dà la noia, si può sempre scappare al  Fuorisalone, e godersi la Milano primaverile tirata a lucido, ma sempre con la scusa che “devo assolutamente vedere quell’ installazione” perché non sia mai che il brianzolo vada in giro a perdere tempo. 

Tutti pronti a scambiarsi nuove promesse, riprendere fiato e ricominciare a sentire il caldo di aprile e ributtarsi ancora in una corsa, in un nuovo anno per scommettere di farcela anche stavolta, scommettere sui nuovi colleghi strappati alla concorrenza, sui nuovi designer scoperti tra migliaia, e sui nuovi prodotti che andranno fortissimo (e costeranno pochissimo).

Il salone si è concluso anche in questo 2024, io come sempre ho detto che non ci sarei andato perché ormai sono stufo, e come sempre sono finito a girare per i padiglioni, in cerca del cumulo di pietre su cui sedermi e che sembra sempre morbidissimo.

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