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Dopo venticinque anni, siamo tutti intrappolati in “Matrix”?

by Matteo Muzio

Nella primavera del 1999 usciva nei cinema di tutto il mondo una storia di fantascienza che pone interrogativi profondi sul nostro presente

A cura di Matteo Muzio

Reale, come definiresti il Reale?”. La domanda che Morpheus pone a Neo, protagonista di Matrix, film del 1999 girato dagli allora fratelli Wachowski, è la questione esistenziale che regge tutto il film. Un tema esistenziale che coinvolge il protagonista, interpretato da Keanu Reeves, che attraversa un percorso di consapevolezza che lo trae fuori da quella che è una realtà virtuale che ricostruisce quella che, nelle parole dell’antagonista, l’agente Smith interpretato da Hugo Weaving, è l’apice della civiltà occidentale, il 1999 appunto. Nella realtà del film, siamo nel 2199 e quello che era un umile programmatore informatico si trasforma piano piano nel Messia della liberazione di una massa di esseri umani resi schiavi dalle macchine. Allora eravamo ancora nella coda lunga positiva del ventesimo secolo, quella che un noto pacifista come Padre Ernesto Balducci definiva “l’alba di un mondo senza più nemici”. Non è andata così e anche per questo, allora, i vari livelli di lettura del film andarono persi. Quello che emerse, subito, fu la popolarizzazione di uno stile di vestiario fino ad allora confinato in piccole comunità chiuse: il dark-fetish venne popolarizzato.

La ricchezza degli spunti culturali filosofici presi dal film però è cresciuta nel tempo. Anche allora si poteva cogliere l’eco del mito della caverna raccontato dal filosofo greco antico Platone: gli uomini vivono in una caverna dove vedono solo delle immagini riflesse provenienti dall’esterno, pensando che sia la realtà nella sua interezza. Chi va oltre è il filosofo che vuole scoprire il mondo e si prende l’incarico di liberare l’umanità dall’oscurità in cui si trova. In questo senso Morpheus interpretato da Laurence Fishburne è il Socrate di Neo/Platone. Al di là della fuga dal mondo fittizio creato dalla “matrice” però, c’è anche la fuga da una vita dettata da regole e orari decisi da altri per reimpossessarsi della libertà di spendere liberamente il proprio tempo. C’è anche una chiave di lettura, confermata dalle registe, sulla liberazione della loro sessualità avvenuta con la transizione: non è un caso che Neo continui a venire chiamato “signor Henderson” dal cattivissimo agente Smith che lo vuole mantenere intrappolato in un’identità che non gli appartiene.

Una libertà che però non è per tutti: il Cypher di Joe Pantoliano chiede a Smith di tornare indietro. Troppo difficile affrontare la completa liberazione. Meglio tornare nel cantuccio che la “matrice” ha scelto per noi.

Con il tempo però ci sono state anche letture sbagliate del film nei meandri oscuri di Internet: la “pillola rossa” che Neo prende per fuggire dalla realtà costruita dalle macchine è assurta come simbolo di una certa misoginia internettara che si muove sui canali Telegram e in oscuri forum.

Non si può però non cogliere dopo 25 anni da quel 31 marzo 1999 come in un certo senso la gran parte di noi sia finita in un’altra matrice, quella creata dalla combinazione di social network e di smartphone che se usata male ci rende altrettanto prigionieri, come scrive giustamente il Wall Street Journal ricordando l’uscita del film. Cinque anni dopo infatti, sempre a marzo, degli studenti di Harvard avrebbero creato The Facebook, la “matrice” di quel mondo dove spesso prevale il conformismo ai trend di giornata e dove i messaggi trasmessi a volte non appartengono a chi li scrive/filma/fotografa, ma a qualche forza esterna non meno inquietante della civiltà delle macchine raffigurata dal film.

C’è però un messaggio di speranza, alla fine: non solo Neo riesce a liberarsi e anche il mondo dei social network può essere tenuto sotto controllo, quando decidiamo di riappropriarci del nostro tempo libero in modo creativo. Questo, alla fine, è il messaggio più duraturo di Matrix. La libertà ci può essere strappata in modo inconsapevole e soft. Sta a noi saperne fare l’uso migliore possibile.

E pazienza quindi se i sequel di questo film che la Biblioteca del Congresso americano ha ritenuto “di significativa importanza culturale” non sono altrettanto ispirati, compreso l’ultima stanca incarnazione chiamata “Matrix Resurrections”, che è su un budget di 190 milioni di dollari ne ha incassati solo 159.

Senza essere dei fenomeni di arti marziali come Neo, la lotta per non farsi risucchiare dalla “matrice” è più viva che mai.

CREDITS
Fotografo: Pimkie (Flickr), Church of Emacs (Wikimedia Commons),

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