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DESIGN: UNA STORIA DI PERSONE, PRIMA CHE DI OGGETTI

A cura di Davide Pizzi

Design è una parola molto diffusa, a volte abusata o spesso generalizzata. Ma cos’è il design, qual è la sua storia?

Dall’enciclopedia Treccani: Nella produzione industriale, progettazione che mira a conciliare i requisiti tecnici, funzionali ed economici degli oggetti prodotti in serie, così che la forma che ne risulta è la sintesi di tale attività progettuale.                             

Questa definizione, assolutamente centrata, è però solamente la fine del viaggio e descrive la sintesi di quello che il design industriale effettivamente è: una storia di oggetti. 

Vero, ma è anche -e soprattutto- una storia di persone.

Una storia che parla di incontri, molto spesso fortuiti e qualche volta cercati, di architetti visionari e imprenditori coraggiosi. Una storia di tentativi andati male e di sperimentazioni riuscite per un soffio. 

Il design, o per dirlo nella maniera più completa l’industrial design è una storia squisitamente umana, che mette al centro la persona e che nasce dal desiderio di creare qualcosa di bello.

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La bellezza però, non è da intendersi come qualcosa di estetico e fine a sé stesso, ma come il desiderio di migliorare attraverso gli oggetti la vita di tutti i giorni, per il maggior numero di persone possibili.                                                                               

Questo era lo spirito che ha animato i grandi maestri del design, famosi o sconosciuti, durante il periodo delle loro creazioni: realizzare un oggetto che potesse essere in armonia con chiunque ne venisse in contatto, dall’imprenditore che doveva investire all’operaio che doveva realizzarlo, fino al consumatore che lo utilizzava.

Pensiamo ad esempio alla Vespa, un simbolo del design italiano nel mondo, progettata dall’ ingegnere aeronautico Corradino d’Ascanio. Ci credereste che non amava affatto le moto? Infatti, nel progettare il suo capolavoro, creò di fatto l’antitesi della moto stessa. D’Ascanio immaginò una moto dove non bisognava alzare la gamba per sedersi sopra, con un sedile ammortizzato, invece di rigido e sportivo, i cambi sul manubrio mai visti prima, un motore coperto dal telaio per evitare di macchiarsi i pantaloni, una sospensione anteriore che ricorda i carrelli degli aerei così come tutta la progettazione, figlia delle sue competenze tecniche nel campo degli aeronautico.

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Una moto che nessun motociclista avrebbe mai disegnato, un oggetto di produzione industriale, che portava nel DNA tutto il carattere personale e umano del suo creatore: la sua storia, i suoi gusti, le sue scelte.

Proprio come per la Vespa, un altro capolavoro del design italiano, è la macchina da scrivere Olivetti Lettera22 disegnata da Marcello Nizzoli ed ha una genesi curiosa e improbabile. Nizzoli inizia a lavorare dai primi anni ’10 del secolo scorso come scenografo, architetto e grafico pubblicitario. Arriva in Olivetti tramite conoscenze comuni nei primi anni ’30, sempre come grafico. Dal 1940 per intuizione di Adriano Olivetti inizia la sua attività come designer, e nel 1950 crea la Lettera22, il suo capolavoro. Accade dopo 40 anni di carriera, iniziata in tutt’altro campo. Dopo 20 anni nella stessa azienda e ben 10 come designer. Tempi che forse oggi nessuno sarebbe disposto ad attendere, ma che evidentemente hanno avuto un ruolo fondamentale nella maturazione di questo maestro del design.

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Nel mondo dell’automobile invece è impossibile non citare la Fiat ‘500, un’altra pietra miliare del nostro design di cui quasi nessuno conosce il nome del designer che la progettò, l’ingegner Dante Giacosa. 

Una macchina nata per necessità, che doveva costare poco e che doveva raggiungere più persone possibili, voluta addirittura dal Duce. Giacosa studiò lo spazio interno per dare la massima capacità di carico, togliendo anche dalla parte motoristica tutto il superfluo. Nel primo modello di 500 non c’era nemmeno la pompa della benzina, che veniva versata nel motore per gravità. Era inoltre pensata per essere stampata da un unico foglio di lamiera, minimizzando gli sprechi.

Quest’auto spaventò tantissimo la concorrenza tedesca, e dal timore di rimanere indietro nacque come reazione uguale e contraria l’auto per il popolo tedesco, il Maggiolino. Un altro capolavoro senza tempo, figlia del timore più che della ragione, ma che è diventata anch’ essa un oggetto di culto intramontabile.

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Sulla stessa spinta creativa, la mitica Moka Bialetti, icona quasi immutata nell’estetica in più di 80 anni di produzione, vede la luce ad Omegna, un piccolo paesino sul lago d’Orta, dove si trovava la fonderia di Alfonso Bialetti, padre di Renato, la cui caricatura è il famoso omino con i baffi divenuto ormai un marchio inconfondibile. Non si conoscono i motivi che spinsero Bialetti a creare la sua invenzione, in controtendenza rispetto alle caffettiere napoletane dell’epoca e che pur essendo italianissima prende il nome dalla città yemenita di Mokha, un tempo luogo da cui Partivano le navi cariche di caffè. Quello che sappiamo è che il suo rivoluzionario metodo di funzionamento a camino fu ispirato da una vecchia tipologia di lavatrice in voga all’epoca (la lisciveuse), e che la sua forma ottagonale fu probabilmente ispirata a una serie di bricchi prodotti da Alessi, altro marchio storico italiano che guarda caso aveva sede sempre a Omegna, o forse una scelta pratica per rendere più facile svitare la moka con anche con le mani bagnate. La prima moka, che ho avuto la fortuna di vedere di persona, aveva una forma leggermente diversa, ma già presentava la forma ottagonale che troviamo ancora oggi. 

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Comunque sia, siamo di fronte ad un ennesimo oggetto nato dal cuore e dalla pancia, più che da calcoli previsioni e strategie, e che pure è entrato in maniera indelebile nella memoria di noi tutti. Forse Bialetti non si aspettava di aver inventato non solo un oggetto, ma anche un suono inconfondibile  che ci accompagna da sempre ovvero il gorgoglio che fa la moka quando il caffè è pronto, suoneria dell’inizio di tante nostre giornate. 

Come potete capire da questi pochi esempi, Il segreto di un prodotto di design di successo, è spesso un equilibrio delicato fra diverse anime: l’estetica, la tecnica, l’imprenditoria.

Ognuna interpretata da un diverso attore, che oltre alle sue competenze contribuisce con il suo carattere e il suo valore umano a dare un’impronta più o meno profonda alla creazione di un prodotto. In un momento in cui sembra che l’ IA sia destinata a prendere il nostro posto, questi oggetti e molti altri di cui parlerò, ci fanno ricordare l’importanza della nostra umanità, avendo una genesi squisitamente sentimentale e per nulla artificiale.

Questa non vuole essere una rubrica che parli di Design Industriale in senso stretto, non deve essere un racconto nozionistico o una mera celebrazione del design italiano.

Rimanendo fedele allo spirito di Art&Glamour, mi piacerebbe mettere al centro le persone, raccontare questa disciplina affascinante dalla sua prospettiva più umana, per cercare di renderla più vicina a noi tutti, e magari far appassionare qualcuno dei lettori a quello che appassiona me da tutta la vita. 

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