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Dalla couture al punk: here I am!

di Monica Camozzi

A cura di Monica Camozzi

La moda come espressione antropologica, come fucina culturale, come estrema sintesi.
Perché in fondo dietro questa parola si celano storie di vita, aneliti, percorsi d’anima, esperienze che sfociano nel lessico di un abito, di una collezione.
Liborio Capizzi ne è manifestazione tangibile: nato a Ribeira, in Sicilia, cresciuto in Toscana, vissuto a Milano nell’atelier di Gianfranco Ferré di cui è stato “delfino”, oggi artefice del mondo Diliborio, questo artista della moda rappresenta il crogiuolo. O, per dirla alla Dalì, la Persistenza della Creatività.

Dalla fascinazione punk all’atelier di Gianfranco Ferré, apparentemente due opposti: lo erano davvero?
Chiaro che se pensiamo al punk dell’immaginario comune e a quell’ estetica cliché esplosa nella Londra della seconda metà degli anni 70 – e che divenne anche un successo commerciale fra i giovani di tutto il mondo occidentale- chiaramente non ha niente a che fare con il mondo del lusso di Ferré. Se guardiamo invece al movimento punk degli albori, nato un po’ di anni prima negli ambienti intellettuali underground nella new York di “Taxi Driver” di Scorsese, dove una sub cultura giovanile  e le proprie icone ne teorizzarono il manifesto artistico di ribellione contro tutto e tutti,  possiamo dire che questi due mondi cosi apparentemente lontani  avevano in realtà la stessa radice. Ovvero, un guardaroba borghese istituzionale come punto di partenza e, per motivi diversi, anche come punto d’arrivo.

liborio (7)

 Nel caso del punk erano capi in essere 

trafugati dal guardaroba borghese istituzionale e indossati con raffinata maleducazione come non si potrebbe o come non si dovrebbe fare

con interventi dissacratori a snaturarne il significato sociale che rappresentava e con lo scopo finale di creare un cinico disgusto.

Con Ferré ho imparato ad analizzare quel guardaroba fatto dagli stessi capi, di apparente noia ma di buona fattura, quindi a  scomporlo e rileggerlo, per  capirne tutti i segreti e da lì crearne di nuovi.

Quando hai capito di essere un portatore di stile?
Inizialmente direi da quando ho notato che ciò che indossavo o il come lo mettevo destava negli altri interesse, consensi e consigli a riguardo, e successivamente quando ho visto le mie collezioni creare emozione e desiderio. 

Quali strumenti ha un esteta per ribellarsi al conformismo?
Un esteta per essere considerato tale deve essere anti conformista? Se così, deve avere una  profonda conoscenza del tipo di conformismo  a cui  si sta ribellando per poi poterlo contrastare e  percorrerne  la strada opposta e in ogni caso  con  una sana e cinica intelligenza.

Cos’è la bellezza? Quale tipo di donna associ a questo concetto?
Ho iniziato a lavorare nella moda nei primi anni 90. Nel periodo in cui imperversavano le top model.
Ho potuto conoscere e incontrare le donne più belle del mondo se parliamo dei parametri classici e di canoni di bellezza. 

Ma la bellezza non era  solo quello che vedevo bensì ciò che mi arrivava  dal fascino e soprattutto dall’empatia

L’abito è una foto in bianco e nero oppure è a colori?
L’abito è  un foglio bianco dove  i tratti neri  delimitano e creano una forma e  i colori sono conseguenze presenti solo se necessarie. 

Possiamo ancora dire qualcosa di nuovo, attraverso la moda?
Si ma per poterlo fare non bisogna dimenticare il passato. 

I riferimenti culturali della grande tradizione sartoriale sono necessari per continuare a dire qualcosa di nuovo ma soprattutto di credibile. 

Senza quelli sarebbe come costruire un edificio senza fondamenta.  

Vesti un corpo o la personalità che lo abita?
Il corpo, sicuramente, come prima cosa per poi tirare fuori la personalità -anche inaspettata- di chi indossa i miei capi, a prescindere dall’età,  dal sesso e dal tipo di fattezze.

La base del mio lavoro parte sempre da una forma neutra. Poi, a seconda del materiale e con l’aiuto della gravità  creando un miracolo di forme diverse per persone diverse. La cosa sorprendente è che ognuno, pur partendo dalla medesima radice, fa proprio l’abito con una motivazione del tutto personale che coinvolge anche l’attitudine sessuale, talvolta sconosciuta o nascosta fino a quel momento. E penso che questo sia lo scopo del mio lavoro.

Un tuo sogno ancora irrealizzato
Non si realizzerà mai, purtroppo: quello di non aver potuto continuare a dare voce al mio mentore e grande amico Gianfranco Ferré,  di cui sono stato per più di 16 anni braccio destro. 

A lui devo tantissimo, ho imparato, assimilato ed evoluto la sua visione come suo delfino.  Solo io avrei potuto continuare il suo progetto, con il giusto rispetto che  merita uno dei più grandi creatori del mondo.

Se fossi un film, che film saresti?
Più che essere il film mi sarebbe piaciuto vivere in un film che mi ha segnato e ispirato e continua ad essere un riferimento estetico e musicale  per me indelebile, “Blade Runner” di Ridley Scott;  film del 1981 con un futuro cupo, decadente e brutalmente romantico.

CREDITS
Fotografo: Fabio Paleari

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