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Da Babele alla Pentecoste: esegesi della Biennale 2024

di Monica Camozzi

A cura di Monica Camozzi

Dall’essere stranieri, incapaci di comprendersi  in  una girandola infernale di dualismi, all’unione universale, oltre l’inganno delle parole.

Francesco Gallo Mazzeo, critico d’arte, storico, studioso dei linguaggi di arti visive, moda, architettura, sintetizza magnificamente lo spirito della Biennale 2024 con una frase: “passare dal codice infernale di Babele a quello unitario della Pentecoste”.

La parola chiave è “straniero”: come dice Gallo Mazzeo,

prima era il pellegrino, poi l’altro, da educare, quindi da tollerare e infine è arrivata l’età del pluralismo in cui ognuno è straniero a sé stesso e vive nella continua ricerca

Forse è a questa ricerca che la Biennale vuole dare ispirazione. L’edizione affidata  ad Adriano Pedrosa, primo curatore  proveniente dall’America Latina, si intitola infatti “Stranieri Ovunque”. La definizione arriva da un collettivo torinese degli anni Cinquanta, ma a sostanziarla in arte con le sue sculture al neon è il collettivo  Claire Fontaine, nato a Parigi con sede a Palermo.

Laddove straniero è etimologicamente “strano”, o per meglio dirla con una parola cara a Pedrosa, “queer”. Vale a dire eccentrico, che si allontana dal centro e dai riferimenti imposti dallo schema dominante.

I mondi qui non sono categorizzati per numeri –primo, secondo, terzo- ma rappresentati con un’inversione di prospettiva che porta la realtà a espandersi all’infinito.

Straniero, chi?

Straniero, etimologicamente, risulta  “strano”, o per meglio dirla con una parola cara a Pedrosa, “queer”. Vale a dire eccentrico, che si sfugge alla forza centripeta  dello schema dominante.

 Straniero venne definito anche Gesù Cristo. Ma il punto oggi non è creare una neo lingua Orwelliana, bensì una matrice che sia la sintesi di tutte

Unire, in una virtuale Pentecoste, piuttosto che spaccare nel dissenso di Babele. E infatti Pedrosa riporta al centro i modernismi del grande Sud del mondo. A questa edizione partecipano per la prima volta il Benin, l’Etiopia, la Repubblica di Timor Leste e la Repubblica Unita della Tanzania.

Vedremo artisti indigeni maori di rilevanza storica come Selwyn Wilson e Sandy Adsett, provenienti da Aotearoa/Nuova Zelanda.

Una sala sarà dedicata alla Diaspora Italiana: ovvero ad artisti che hanno viaggiato e si sono integrati all’estero o che hanno avuto un ruolo nel Modernismo al di fuori dell’Italia.

Le opere di 40 artisti della sezione saranno esposte su espositori a cavalletto in vetro e cemento di Lina Bo Bardi, artista trasferitasi in Brasile, vincitore del Leone D’Oro speciale alla memoria della Biennale Architettura 2021.

Da Babele alla Pentecoste, passando per l’Archivio della Disobbedienza.

L’archivio della Disobbedienza, un progetto di Marco Scotini,  è simbolicamente lo specchio della ribellione alle categorie in cui si vorrebbe incasellare l’umanità: qui troveranno spazio 39 opere di artisti e collettivi realizzate fra il 1975 e il 2023.

Parte della variegata umanità che contempla l’artista queer, capace  di  muoversi all’interno di diverse sessualità e generi, l’outsider –ai margini del mondo dell’arte – il folk  e l’indigeno –spesso trattati come stranieri nella propria terra.

Pedrosa fa riferimento a Das Unheimliche di Sigmund Freud, Il Perturbante nell’edizione italiana, tradotto in portoghese con “ o extraño”. Qui, grazie alla ventata metafisica dell’arte, tutto si amalgama, comprese le suddivisioni di mondi dove Terzo o Primo hanno davvero poco senso.

Gran parte delle opere ritraggono personaggi non bianchi, il che a Venezia, cuore della Biennale, diventa messaggio eloquente. Lo scambio fra Sud e Nord del mondo, la migrazione, la decolonizzazione, sono le tematiche chiave.

E, a proposito di queer, la Biennale presenta tre delle artiste outsider più convincenti: Madge Gill dal Regno Unito, Anna Zemànkovà dalla Repubblica Ceca e Aloïse dalla Svizzera.

Omaggio a Nedda Guidi

A Forte Marghera, all’interno della Polveriera austriaca, l’artista italiana Nedda guidi riceverà il suo tributo con 10 opere che sintetizzano la sua capacità di utilizzare la scultura in ceramica. “Guidi ha lavorato con l’idea della scultura e la fattibilità della ceramica –chiosa Gallo Mazzeo – ci ha regalato un po’ di arte pura legata all’arte applicata. Proprio questo in effetti è il  vero senso delle arti visive, che hanno il ruolo di estendere l’orizzonte ideale in cui poi si collocheranno moda, interior design, immagine mediatica”.

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