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01 – siamo bellissimə

A cura di Ermanno Ivone

Il brutto è che quando tutto è diverso, nulla è più strano, significativo, davvero interessante. E, in uno sguardo livellato dalle particolarità, l’unica cosa diversa che c’è, sei tu. Ma non ti preoccupare. Perché poi passa. Come tutto. Un po’ come la moda, che gira e riprende quello che è stato e che, di colpo, manifesta quello che “assolutamente deve essere”. 

In quel poco che è stato scritto fino ad ora, la parola che prenderà e merita attenzione è “assolutamente”. Tutto ormai sembra vivere per assoluti incontrovertibili. Un po’ come quando, da teenager, ci si innamora di un unico e incondivisibile cantante o attore/attrice. Poi però si cresce e quell’amore svanisce, magari perché si ha la fortuna di incontrare in carne e ossa la persona giusta.  In queste altre poche parole in fila, l’altro tratto di evidenziatore va messo su “carne e ossa”.

Se provassimo a moltiplicare i due marker (“assolutamente” + “carne e ossa”) ci ritroveremo con un piccolo buco nello stomaco che non riusciamo però a comprendere fino in fondo, ma che magari può essere reso più apprezzabile se ci mettessimo sopra un bel filtro di Instagram, con qualche sbrilluccichio e la totale privazione di qualsiasi brufolo. Non comprensibile, solo apprezzabile. Perché i like non richiedono assimilazione, solo considerazione. Ci viene dato un palco e le nostre pulsioni diventano la traccia da karaoke da scegliere. Impossibile stonare. Tutto è modificabile.

Quello di cui stiamo parlando, ma non è immediatamente comprensibile, è la diversità di rappresentarsi nel mondo, la possibilità di esposizione del sé quasi infinita, il modo in cui ci raccontiamo “diversamente”. 

La misurazione della diversità, oggetto di questa speculazione verbale, non è su una scala storica che parte dall’homo erectus. I sostanziali mutamenti nei costumi sono percepibili in rapporto a 10 o anche 5 anni. I salti non sono più generazionali. Ma una singola (freschissima) generazione attua in sé mutazioni che fanno pensare ad una loro possibile poli-trasformazione. Varianti del sé inimmaginabili, se non ipotizzando teorie complottistiche in cui catamarani pieni di ragazzi ad Ibiza vengono traghettati nei mari del Pacifico mentre i francesi fanno esperimenti atomici nei pressi di atolli incontaminati. Un po’ la sorte di Godzilla. Il parallelo è molto squamoso, ma ci ricorda che alla fine Godzilla, da nemico giurato dell’umanità, diventa salvatore con coda radioattiva (come ci insegnano gli ultimi sequel cinematografici) del mondo che vuole sopravvivere ai cambiamenti: saremo spettatori di “mostri” di diversità che si sfideranno tra loro ma che alla fine ci salveranno da mostri ancora più temibili. 

Una forma di diversità o, meglio di difformità, avviene quotidianamente sui social. Alterazione del sé attraverso filtri che ci trasformano in cani, gatti, maialini e soprattutto versioni migliorate di noi stessi come fossimo stati immersi (senza nemmeno lasciare scoperto il tallone come Achille) in acque miracolose. {Eject TIP 1: film da vedere, Holy Waters di Tom Reeve del 2011} Una catena di Sant’Antonio di bellezza costruita che genera altra bellezza, con filtro.

Diventiamo il filtro di un filtro di un filtro. Siamo metafiltri a cui resta un’unica capacità: premere un pollice su un cerchio che fa partire un altrettanto finto otturatore.  Apparire è il nuovo bisogno. La glorificazione del sé. Una forma di narcisismo che tiranneggia sia i detentori di quel narcisismo, sia chi è costretto a ritrovarselo davanti. Ci sembra quindi sempre più importante definire un nostro lascito – istantaneo ed effimero – che tracci il nostro passaggio in un unico mondo, ma nel tempo definito che stiamo vivendo. Fingiamo così di poter essere eterni (“L’eternità è il più grande degli idoli: il più possente tra i concorrenti di Dio.” Gilbert Keith Chesterton) senza renderci conto che non è ancora disponibile nell’Apple Store o in Google Play un’app che lo permetta con un abbonamento flat mensile di 2,99 dollari.

Se siamo tutti artefatti virtuali e abbiamo bisogno di un aiuto viziato per sentirci pronti alla convivenza sociale (seppur virtuale), ci ritroveremo nel nostro bar di quartiere a incontrare solo brutte copie di sconosciuti con la testa china sul cellulare mentre bevono il caffè (ovviamente mentre cercano il filtro giusto da applicare). {Eject TIP 2: Progetto interessantissimo, “selfie harm” di Rankin. In cui il fotografo creativo fotografa dei teenager, a cui dopo chiede di modificare con filtri bellezza il loro stesso ritratto}.

Nella storia, tutto questo è avvicinabile ai costumi usati in occasione di feste o ricevimenti da super-nobili – una sorta di Billionaire ubicato in castelli o regge raggiungibili a cavallo di una carrozza, come Cenerentola – quando mascherarsi era un modo per giustificare il bisogno di assecondare i propri vizi. Adesso invece l’unico vizio da assecondare è quello dell’auto- denigrazione della propria (reale) immagine e il costume (o la maschera) servono a recuperare un riconoscimento (estetico) che si crede di non poter ricevere nella “normalità”.

Immagine generata da intelligenza artificiale usando come prompt le parole “dismorfofobia”, “selfie” e “futuro”. (un altro modo di delegare noi stessi alle scelte pre-assemblate di un algoritmo).

La moda stessa e tutto il suo lussuosissimo carrozzone stanno vivendo la subordinazione del loro sé reale, in favore di quello virtuale. Brand del lusso diventano creatori di mondi virtuali nel metaverso, portando il fashion ad essere purissimo (seppur con additivi aggiunti, ma probabilmente senza polifosfati) entertainment e, in attuale visione, in gaming. Come se l’abito non facesse il monaco, ma comunque gli insegnasse a pregare con accumulo di punti e superbonus in extra level.

Ma non sempre questa ricercatezza della diversità è virtuale. Anche al semaforo o su una scala mobile è – per fortuna – ancora possibile esprimere diversità. Per esempio, come accade in una delle ultime tendenze della moda: weird girl, ragazza strana. “La moda le piace, ma non segue le tendenze, oppure le reinterpreta, mixandole tra loro” (cit. la Repubblica). Quindi ormai mettiamo un filtro bellezza anche ai concetti, ai pensieri e alle parole che usiamo da sempre. Se disattivassimo per un attimo il filtro bellezza su weird girl, ci ritroveremmo davanti la fotografia originale e non modificata con Face Tune di un concetto banalissimo e universale: “vestita a cazzo”. È d’obbligo specificare che, anche se questo riferimento è riportato solo a “girl”, è giusto che il vestirsi a cazzo come tendenza sia ampliato anche ai ragazzi (Ed è prassi di questo Magazine allontanarsi dai divari di genere). “Ogni essere umano è unico e irripetibile” è ormai solo una sorta di vecchio proverbio che ci fa pensare a un mondo antico e trapassato, in cui magari era la penicillina l’invenzione del secolo (ora invece sono i social network che rivoluzionano l’insospettabile significato della parola “gratis” in un “sei tu stesso il prezzo di questo servizio che ti concediamo”. Siamo uno zaino pieno di preferenze utili in ogni settore merceologico. Siamo dispensatori inconsapevoli di pre-ordini e di carrelli da riempire. Siamo “bellissimi” carrelli da riempire).

C’è un però. Uno su cui vale la pena usare il Bold e aumentare la dimensione del carattere. La creazione di nuove identità rappresenta anche la possibilità di costruire una versione beta di nuove visioni d’esistenza. Possiamo simulare di essere qualunque cosa perché magari questo ci aiuta a capire chi siamo davvero. Un infine coin o scudo dell’invincibilità che ci regala l’opportunità di scriverci da soli. Insomma è il poter usare fluidifica sulla vita liquida di Baumann {Eject TIP 3: libri da leggere non liquidi, “Babel” di Zygmunt Bauman, Laterza con copertina di Hieronymus Bosch}.

{EXTRTA Eject Tip 4: mostre da non perdere, “Bosch e un altro Rinascimento” presso Palazzo Reale Milano fino al 12 marzo 2023}.

Ma poi alla fine che noia questa realtà.

Ce ne servono altre, sempre nuove, che ci permettano di fare quello che ci piace di più, ma che è impossibile affermare senza essere in contraddizione: essere bugiardi. Viviamo senza freni – ma pieni di filtri – nella Disneyland del paradosso del mentitore {Eject TIP 5: “paradosso del mentitore” da cercare su Google per capire che possiamo essere i nostri avvocati d’ufficio}. Eppure non è così male essere delle facce universali. Non è così male dire bugie ogni tanto. Perché non avranno mai più le gambe corte. Potranno essere allungate e rimodellate con Face Tune.

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